tratto da http://micetto-corro.blogspot.com/2008/01/100km-del-sahara-2004.html
Tutto ebbe inizio un anno fa, con la voglia di fare una nuova esperienza, e di farla ad un buon livello (per un amatore, si intende). Dovetti però far fronte ad una lunga serie di malanni fisici: una forte pubalgia, problemi di schiena, a metà settembre un intervento chirurgico per ernia inguinale, a metà ottobre un’infiammazione al ginocchio. Ripresi a correre con regolarità il 16 novembre 2003, esattamente 3 mesi e mezzo prima della “100 km”. Non ho molto tempo, ma ci provo ugualmente. Quando mancano circa 10 giorni alla corsa ho di nuovo problemi alla zona in cui sono stato operato con ripercussioni sulla schiena. Non intendo certo arrendermi e tirarmi indietro, e mi sottopongo a cure intense; e finalmente arriva il giorno della partenza per il deserto. Il 10 di Marzo compiamo il viaggio in aereo; Bologna-Roma, poi Roma-Djerba, in Tunisia, dove pernottiamo in albergo. Il giorno 11 Marzo ci attende un viaggio di due ore e mezzo in pullman per raggiungere un antico paesino dove avviene la presentazione ufficiale della gara, si pranza ed, infine, ci sistemiamo nel nostro primo, vero campo nel deserto, da dove partirà la prima tappa: ragazzi, ora ci siamo e la felicità va a mille. Il nostro è un vero accampamento tunisino con tende berbere, aperte e rudimentali. Ogni tenda può ospitare 6 persone; io ed il mio amico Matteo Panini, con cui sono partito da Modena, dividiamo la tenda con due simpatici ragazzi veneti e due simpaticissime ragazze di Bologna, Elisa e Bebe. Abbiamo subito fatto amicizia, e stabilito una complicità da compagni di squadra e di avventura, ognuno di noi sa di poter contare sull’altro. Il pomeriggio trascorre con la consegna dei numeri, la foto con il pettorale per Internet ed il controllo dello zaino con le cose che è obbligatorio avere con se’. La sera ci attende una buonissima cena, e lo spettacolo di danze popolari intorno al fuoco. Andiamo a dormire nei nostri sacchi a pelo, gomito a gomito, la notte ci sono 6 / 8 gradi. Per le nostre necessità igieniche abbiamo poca acqua fredda che esce dai piccoli tubi collegati ad una cisterna. In compenso, per i bisogni corporali, i bagni sono giganteschi perché… tutti i cespugli ed i massi intorno sono a nostra disposizione. Il giorno seguente, il 12 marzo, nel campo c’è molta frenesia; si fa colazione, si vedono facce allegre e facce preoccupate, tutti dicono di voler fare con calma, puntando solo a terminare la corsa. Alle ore 9 partono i 12 camminatori con i dromedari al seguito: sono i nostri apripista, e rivolgiamo loro un applauso. Alle ore 10 siamo tutti sulla linea di partenza, facciamo la foto di rito, in prima fila ci sono anche Alessandro Lambruschini e Riccardo Fogli (che risulteranno persone simpatiche ed alla mano, disposte a scherzare e ad attenersi alle condizioni particolari del campo). Si parte, finalmente: il gruppo di testa, di circa 30 / 40 persone, va a schioppettata, si accende la competizione, scordando i buoni propositi di poco prima circa il voler fare la corsa con calma. La prima tappa è forse la più dura, con continui saliscendi e 3 duri strappi in salita, in cima ad uno dei quali si erge un antico paesino. Questa tappa non è molto adatta alle mie caratteristiche, però mi sento bene, riesco a limitare i danni e termino, arrivando 20°, non male. Il giorno successivo, il 13 marzo, ci si sveglia presto (io poi non ho dormito). Dopo colazione si prepara il bagaglio da consegnare ai trasportatori che allestiranno il campo successivo. Si parte alle ore 10,30 per la seconda tappa, mi sento benissimo sotto ogni aspetto. Vado molto bene, il percorso presenta saliscendi continui ma leggeri, lingue di sabbia dove scivolo e cado; la tappa è abbastanza veloce e mi piazzo 14°, 16° nella classifica generale provvisoria. La sera dello stesso giorno ci attende la terza tappa, notturna, di km.10, per velocisti o coraggiosi. Il cielo stellato, meraviglioso, crea una stupenda atmosfera. Lungo il percorso sono state poste delle torce, che però il forte vento poco a poco spegne. In questa tappa partono due persone ogni minuto, iniziando dal fondo della classifica . Quand’è il mio turno e parto le torce sono tutte spente; la piccola lampada che ho sulla testa mi illumina il percorso, sconnesso, pieno di buche, cespugli e sassi. Termino arrivando 17°, piazzandomi 15° nella classifica generale, ad un minuto dal 10°. Cena notturna, poi subito a dormire. Ci aspettano 35 km da percorrere, la tappa a me più favorevole. I miei amici concorrenti pare comincino a temermi, e dicono che nella nuova tappa li potrò superare; speriamo abbiano ragione… Il giorno successivo, dunque, ci attende la tappa di 35 km. La penultima; la partenza è a scaglioni; ore 9,30 gli ultimi 40, ore 10,30 i 30 centrali; noi fra i primi 30 partiamo alle 11,30, sotto un bel sole, dopo un’attesa ansiosa. Dopo i primissimi chilometri sono insieme ai primi 10, con gran gioia; però al 5° km. ca. inizio a sentire forti dolori all’inguine, nel punto dell’intervento chirurgico, dolori che si ripercuotono nella schiena. Stringo i denti e cerco di non rallentare. Verso il 12° km. ca. dolori osno ormai insopportabili, resisto altri 3 km., poi al ristoro del 15° km. decido a malincuore di fermarmi: non potevo fare altri 20 km. in quelle condizioni. Rabbia ed amarezza mi invadono: avrei potuto fare una bellissima corsa! Naturalmente il mio ritiro dalla tappa costa caro: mi danno il tempo dell’ultimo arrivato, più di 30 minuti di penalità! Posso dire addio alla lotta per un buon piazzamento, trascorro il resto della giornata a chiedermi se l’indomani potrò correre l’ultima tappa. Il 15 Marzo quindi è la tappa finale, quella in cui percorriamo il deserto sabbioso, affrontando le dune. Voglio terminare quest’avventura nonostante i dolori alla schiena; mi aggrego alla prima donna e percorro la tappa con lei. Il tempo vola, concentrati come si è sul percorso, con pochi punti di riferimento; i dolori non mi fanno nemmeno accorgere della fatica; arrivo al traguardo 22°, nonostante tutto. Questo sarà il mio ultimo sforzo: da quel momento in poi non riuscirò più a correre che per pochi metri, per parecchio tempo. Alla fine della gara ci troviamo in un’oasi con uno splendido laghetto di acqua calda, da cui non si vorrebbe mai uscire. La sera, dopo la cena, ci sono le premiazioni, canti e risate. Il giorno 16 si parte per il ritorno: trenta jeep ci riportano, dopo 3 ore di viaggio ed una pausa per il pranzo, a Djerba in albergo, dove posso farmi massaggiare. Nella cena finale una grandissima torta serve a festeggiare tutti i partecipanti: ora è veramente finita, ci si saluta per l’ultima volta. Il giorno successivo il viaggio in aereo ci riporta a casa. p.s.: questa corsa a tappe è un’esperienza bellissima, che consiglio vivamente ai podisti, non solo per l’ambiente particolare in cui si corre, molto affascinante, ma anche per le particolari condizioni in cui si vive per alcuni giorni. Se, infatti, si ha il necessario spirito di adattamento, quella è un’occasione per vivere, anche se per poco, a contatto con la natura, stabilendo con gli altri un rapporto di amicizia e di complicità, vedendo in loro degli amici e non degli avversari. p.p.s.: se qualcuno volesse andarci e vuole maggiori informazioni può contattarmi – tramite redazione@modenacorre.it - sarò ben lieto di fornire tutti i dettagli del caso.
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venerdì 18 gennaio 2008
100 km del sahara 2004 - maurizio cenci
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lunedì 14 gennaio 2008
valdigne il mio primo ultra-trail - ricky
tratto da: http://rickyrunning.blogspot.com/2008/01/valdigne-il-mio-primo-ultra-trail.html
Prologo
Il 2 giugno ero con altri “Falchi” alla partenza del Gran Raid du Cro-Magnon. Era il mio primo Ultra-Trail, 102 km da Limone Piemonte a Cap d’Ail – Montecarlo. La preparazione invernale e primaverile era stata intensa: maratone, 50 km, “lunghi” fino a 8 ore.Purtroppo il Cro è andato come andato: bufera di neve in quota e gara sospesa al 15° km… La delusione era tanta, io e i miei compagni aspettavamo con ansia questo giorno. Sulla strada verso casa però balenava in testa già un’idea. E’ un peccato sprecare tutta questa preparazione…
Il Gran Trail Valdigne
Su internet avevo trovato informazioni su una gara che avrebbero organizzato a metà luglio a Courmayeur, è la prima edizione, il percorso è 70 km con 5000 m di dislivello positivo. Sono tanti, pensando che al Cro il dislivello è di poco maggiore ma i chilometri sono molti di più!Saltata la Cro, perché non andare in Valdigne? Ricevo subito i consensi dagli altri: Pizza, Loris, Ale.Così eccoci iscritti. Alla fine saremo in 300 al via di questa prima edizione.Partiamo per Courmayeur venerdì sera. Subito due news. La prima: Ale ha un ginocchio infiammato e non verrà con noi, che sfortuna! La seconda: al Pizza hanno riferito che la lunghezza esatta della gara è di 84 km e non di 70, avevano sbagliato a misurarla. Pensiamo ad uno scherzo ma a Courmayeur riceveremo la conferma. In effetti successivamente comparirà sul sito della gara la lunghezza totale di 87 km…Dormiamo in una palestra di Morgex e la notte scivola via veloce. Alle 7 in piedi, raccogliamo i sacchi a pelo e via a Courmayeur a ritirare i pettorali.Ora c’è la pratica colazione da sbrigare: un bel the caldo e un panino col prosciutto e la classica “visita” del bagno del bar.Poi siamo di nuovo nella palestra di Courmayeur a ultimare i preparativi prima della partenza. Vado di abbondanza con l’ossido di zinco: interno coscia e ascelle. Mi accorgerò cammin facendo che è necessario in altre zone del corpo. Vista la giornata splendida di sole, abbondo anche con la crema protettiva.Finisco la preparazione dello zaino: il materiale obbligatorio c’è (frontale, telo termico, fischietto, banda elastica), acqua ne ho (2 litri nel camelback), vestiario di ricambio (giacca in gore-tex, maglia manica lunga, fuseaux ¾, guanti, calze). Di cibo ne ho in abbondanza: barrette energetiche, frutta secca, bustine di fruttosio, miele, caramelle… Nelle tasche dello zaino ho pure una borraccia di sali e una bottiglia di Coca-Cola. Anche i bastoncini sono pronti.
La gara
La concentrazione è alta. Alle 10 si parte dalla piazza di Courmayeur. Il filone di atleti si sgrana sulle prime rampe verso il Col de Licony. La prima salita è senz’altro la più dura. Pur andando ad un passo tranquillo ho già le gambe di legno. Devo tenermi sul bordo del sentiero, far passare chi da dietro arriva con passo sostenuto. E’ per me il momento più duro della gara, sia fisicamente che moralmente. Si concretizza nella mia testa la volontà di fermarmi a metà gara. “Arrivo a Morgex, mi faccio 40 km di gara e che nessuno mi parli più di gare lunghe!”. Continuo a bere, mangio del fruttosio ma la fatica è sproporzionata rispetto alla mia andatura. L’unica consolazione è lo spettacolo che offre la natura: il Monte Bianco e le Grandes Jorasses che sembrano lì a portata di mano.Gli ultimi metri prima del Colle sono anche più duri. Scollino dopo due ore, sembra passata un’eternità. Mi fermo, mangio una barretta, bevo i sali e riparto con passo incerto. Finalmente comincia la discesa ma scendo con tranquillità. Al ristoro dell’alpe Licony trovo gli amici della San Pellegrino.Riparto corricchiando. Sarà stato il ristoro, sarà il leggero falsopiano, comunque finalmente riesco a correre con una certa regolarità. Arriviamo a Planaval e via con la seconda salita. Pian piano il mio morale cambia: “Dai che forse a Morgex non mi ritiro!”. Il caldo ora comincia a farsi sentire ma presto sono al Colle Fetita e poi sull’omonima punta: lo spettacolo è stupendo. La seconda discesa è lunga ma finalmente sto bene e riesco a correre con relativa freschezza. Si passa dal ristoro di Charvaz e dopo 1h20’ siamo alle case di La Salle. Ora un po’ di asfalto e un po’ di mulattiere pianeggianti mi fanno avvicinare a Morgex.Ad 1 km da Morgex raggiungo il mitico Popo, al secolo Emilio Sala. Per lui è un rientro alle gare. L’anno scorso doveva fare il Giro del Bianco, due anni fa ha fatto la Cro-Magnon. Corriamo insieme fino al ricco ristoro di Morgex. Io prendo un bel brodo caldo, bevo un sacco tra sali, Coca e acqua. Popo si mangia un bel piatto di pasta.Ripartiamo, andiamo allo stesso ritmo e quindi decidiamo di proseguire assieme. La stanchezza nelle gambe comincia a farsi sentire.Dopo un sali e scendi, comincia finalmente la terza salita: altri 1300 m verso il colle Croce. Ci sono tratti veramente ripidi ma io e il Popo procediamo di buon passo. Ristoro e subito dopo lo spettacolo del lago d’Arpy. Purtroppo troviamo ad Arpy Manu: purtroppo per lui la gara è finita qui, dopo 52 km, causa problemi di stomaco.Con non poca fatica arriviamo ai 2381 m del Colle Croce alle 20.45 e prendiamo anche la discesa di buon passo.Arriviamo al ristoro di La Thuile poco prima che faccia buio. Un altro bel pasto caldo (pasta in brodo), tante facce segnate dalla fatica. Ci prepariamo per l’ultima salita dove verremo accompagnati non più dalla luce del sole. Maglia a manica lunga, frontalino e via, inghiottiti dalla notte. Il percorso è segnato a meraviglia. Bandierine con cartelli rifrangenti ci indicano la traccia da seguire. Si alternano tratti ripidi e tratti meno ripidi sulla strada poderale. Poco dopo il ristoro dell’alpe Youlaz vediamo una luce 500 m sopra di noi: è il Colle Arp. Popo ed io procediamo ancora bene, rifiatiamo un attimo, ci godiamo la tranquillità irreale di queste vallate e finalmente arriviamo all’ultimo scollinamento.La mezzanotte è passata da quindici minuti e per noi comincia l’ultima discesa. Le gambe sono affaticate, la stanchezza affiora e quindi scendiamo lentamente il primo tratto roccioso. Poi il sentiero si fa meno ripido ma riprendere a correre non è facile! Facciamo qualche metro di corsa giusto per cercare di sciogliere un po’ le gambe.Perdiamo lentamente quota e finalmente vediamo in lontananza le luci di Courmayeur. I 10 km dell’ultima discesa non finiscono mai, alla fine c’è una serpentina infinita di tornanti che ci conduce a Courmayeur. Ecco l’asfalto, la gente ci incita, io, Popo e un ragazzo che ci ha raggiunti in discesa cominciamo a correre, come se fossimo partiti da 5 minuti!L’ultima curva, l’ultimo sforzo, ecco il Centro Sportivo, il traguardo: è fatta!La stanchezza è tanta, la soddisfazione di più. Sedici ore e cinque minuti di fatica, ma soprattutto tanti momenti da ricordare!Doccia, massaggi, pasto e cerco di dormire un pochino. L’adrenalina è ancora in circolo e i dolori ai muscoli scivolano in secondo piano rispetto al senso di appagamento e di felicità che mi pervade.Vediamo il Pizza, ha fatto un garone, 11° in 13h30’. L’amico Preda purtroppo si è ritirato. Melacarne è soddisfatto. Giovannino arriva anche lui sotto le 17 ore. Loris stringe i denti e con orgoglio arriva in 18h30’.Sono stati 300 gli atleti al via e, come da pronostico, dominio per il “veterano” Marco Olmo che chiude in 10h17’51”! Molto bene il lecchese Stefano Colombo, all’esordio su queste distanze, con un buon 6° posto.
Concludendo…
Mi sono accorto che mi sono un po’ dilungato. Sicuramente le cose da raccontare erano e sono tante…Che dire: è stata un’esperienza bellissima, sport vero, tu da solo con le tue forze e le tue energie. Devi saperti dosare, capire i segnali del tuo corpo, reagire ai momenti di difficoltà, mantenere la lucidità. Sinceramente sul sentiero della prima salita mai avrei pensato di riuscire ad arrivare a Courmayeur. La mia soddisfazione più grande sta proprio qui: ho reagito a questo momento di “crisi” e mi sono ripreso con motivazioni ancora maggiori.Questi momenti sono stati impagabili, un’esperienza che ti lascia “qualcosa”, hai tanto tempo per riflettere e per “ascoltarti”.Sono contento di aver concluso questo trail, 87 km con +5100 m di dislivello. A detta di molti è più duro del Cro-Magnon. Se mi fossi ritirato probabilmente avrei abbandonato la volontà di correrne altri. Ora, invece, la certezza è che questo non sarà il mio unico trail!
La gara: GRAN TRAIL VALDIGNE
Data: 14/15-7-2007
Dove: Valdigne – Valle d’Aosta
Partenza/Arrivo: Courmayeur
Lunghezza: 87 km (secondo le ultime indicazioni del sito)
Dislivello positivo: 5100 m
Tempo massimo: 25 ore
Sito internet: http://www.grantrailvaldigne.it/
Prologo
Il 2 giugno ero con altri “Falchi” alla partenza del Gran Raid du Cro-Magnon. Era il mio primo Ultra-Trail, 102 km da Limone Piemonte a Cap d’Ail – Montecarlo. La preparazione invernale e primaverile era stata intensa: maratone, 50 km, “lunghi” fino a 8 ore.Purtroppo il Cro è andato come andato: bufera di neve in quota e gara sospesa al 15° km… La delusione era tanta, io e i miei compagni aspettavamo con ansia questo giorno. Sulla strada verso casa però balenava in testa già un’idea. E’ un peccato sprecare tutta questa preparazione…
Il Gran Trail Valdigne
Su internet avevo trovato informazioni su una gara che avrebbero organizzato a metà luglio a Courmayeur, è la prima edizione, il percorso è 70 km con 5000 m di dislivello positivo. Sono tanti, pensando che al Cro il dislivello è di poco maggiore ma i chilometri sono molti di più!Saltata la Cro, perché non andare in Valdigne? Ricevo subito i consensi dagli altri: Pizza, Loris, Ale.Così eccoci iscritti. Alla fine saremo in 300 al via di questa prima edizione.Partiamo per Courmayeur venerdì sera. Subito due news. La prima: Ale ha un ginocchio infiammato e non verrà con noi, che sfortuna! La seconda: al Pizza hanno riferito che la lunghezza esatta della gara è di 84 km e non di 70, avevano sbagliato a misurarla. Pensiamo ad uno scherzo ma a Courmayeur riceveremo la conferma. In effetti successivamente comparirà sul sito della gara la lunghezza totale di 87 km…Dormiamo in una palestra di Morgex e la notte scivola via veloce. Alle 7 in piedi, raccogliamo i sacchi a pelo e via a Courmayeur a ritirare i pettorali.Ora c’è la pratica colazione da sbrigare: un bel the caldo e un panino col prosciutto e la classica “visita” del bagno del bar.Poi siamo di nuovo nella palestra di Courmayeur a ultimare i preparativi prima della partenza. Vado di abbondanza con l’ossido di zinco: interno coscia e ascelle. Mi accorgerò cammin facendo che è necessario in altre zone del corpo. Vista la giornata splendida di sole, abbondo anche con la crema protettiva.Finisco la preparazione dello zaino: il materiale obbligatorio c’è (frontale, telo termico, fischietto, banda elastica), acqua ne ho (2 litri nel camelback), vestiario di ricambio (giacca in gore-tex, maglia manica lunga, fuseaux ¾, guanti, calze). Di cibo ne ho in abbondanza: barrette energetiche, frutta secca, bustine di fruttosio, miele, caramelle… Nelle tasche dello zaino ho pure una borraccia di sali e una bottiglia di Coca-Cola. Anche i bastoncini sono pronti.
La gara
La concentrazione è alta. Alle 10 si parte dalla piazza di Courmayeur. Il filone di atleti si sgrana sulle prime rampe verso il Col de Licony. La prima salita è senz’altro la più dura. Pur andando ad un passo tranquillo ho già le gambe di legno. Devo tenermi sul bordo del sentiero, far passare chi da dietro arriva con passo sostenuto. E’ per me il momento più duro della gara, sia fisicamente che moralmente. Si concretizza nella mia testa la volontà di fermarmi a metà gara. “Arrivo a Morgex, mi faccio 40 km di gara e che nessuno mi parli più di gare lunghe!”. Continuo a bere, mangio del fruttosio ma la fatica è sproporzionata rispetto alla mia andatura. L’unica consolazione è lo spettacolo che offre la natura: il Monte Bianco e le Grandes Jorasses che sembrano lì a portata di mano.Gli ultimi metri prima del Colle sono anche più duri. Scollino dopo due ore, sembra passata un’eternità. Mi fermo, mangio una barretta, bevo i sali e riparto con passo incerto. Finalmente comincia la discesa ma scendo con tranquillità. Al ristoro dell’alpe Licony trovo gli amici della San Pellegrino.Riparto corricchiando. Sarà stato il ristoro, sarà il leggero falsopiano, comunque finalmente riesco a correre con una certa regolarità. Arriviamo a Planaval e via con la seconda salita. Pian piano il mio morale cambia: “Dai che forse a Morgex non mi ritiro!”. Il caldo ora comincia a farsi sentire ma presto sono al Colle Fetita e poi sull’omonima punta: lo spettacolo è stupendo. La seconda discesa è lunga ma finalmente sto bene e riesco a correre con relativa freschezza. Si passa dal ristoro di Charvaz e dopo 1h20’ siamo alle case di La Salle. Ora un po’ di asfalto e un po’ di mulattiere pianeggianti mi fanno avvicinare a Morgex.Ad 1 km da Morgex raggiungo il mitico Popo, al secolo Emilio Sala. Per lui è un rientro alle gare. L’anno scorso doveva fare il Giro del Bianco, due anni fa ha fatto la Cro-Magnon. Corriamo insieme fino al ricco ristoro di Morgex. Io prendo un bel brodo caldo, bevo un sacco tra sali, Coca e acqua. Popo si mangia un bel piatto di pasta.Ripartiamo, andiamo allo stesso ritmo e quindi decidiamo di proseguire assieme. La stanchezza nelle gambe comincia a farsi sentire.Dopo un sali e scendi, comincia finalmente la terza salita: altri 1300 m verso il colle Croce. Ci sono tratti veramente ripidi ma io e il Popo procediamo di buon passo. Ristoro e subito dopo lo spettacolo del lago d’Arpy. Purtroppo troviamo ad Arpy Manu: purtroppo per lui la gara è finita qui, dopo 52 km, causa problemi di stomaco.Con non poca fatica arriviamo ai 2381 m del Colle Croce alle 20.45 e prendiamo anche la discesa di buon passo.Arriviamo al ristoro di La Thuile poco prima che faccia buio. Un altro bel pasto caldo (pasta in brodo), tante facce segnate dalla fatica. Ci prepariamo per l’ultima salita dove verremo accompagnati non più dalla luce del sole. Maglia a manica lunga, frontalino e via, inghiottiti dalla notte. Il percorso è segnato a meraviglia. Bandierine con cartelli rifrangenti ci indicano la traccia da seguire. Si alternano tratti ripidi e tratti meno ripidi sulla strada poderale. Poco dopo il ristoro dell’alpe Youlaz vediamo una luce 500 m sopra di noi: è il Colle Arp. Popo ed io procediamo ancora bene, rifiatiamo un attimo, ci godiamo la tranquillità irreale di queste vallate e finalmente arriviamo all’ultimo scollinamento.La mezzanotte è passata da quindici minuti e per noi comincia l’ultima discesa. Le gambe sono affaticate, la stanchezza affiora e quindi scendiamo lentamente il primo tratto roccioso. Poi il sentiero si fa meno ripido ma riprendere a correre non è facile! Facciamo qualche metro di corsa giusto per cercare di sciogliere un po’ le gambe.Perdiamo lentamente quota e finalmente vediamo in lontananza le luci di Courmayeur. I 10 km dell’ultima discesa non finiscono mai, alla fine c’è una serpentina infinita di tornanti che ci conduce a Courmayeur. Ecco l’asfalto, la gente ci incita, io, Popo e un ragazzo che ci ha raggiunti in discesa cominciamo a correre, come se fossimo partiti da 5 minuti!L’ultima curva, l’ultimo sforzo, ecco il Centro Sportivo, il traguardo: è fatta!La stanchezza è tanta, la soddisfazione di più. Sedici ore e cinque minuti di fatica, ma soprattutto tanti momenti da ricordare!Doccia, massaggi, pasto e cerco di dormire un pochino. L’adrenalina è ancora in circolo e i dolori ai muscoli scivolano in secondo piano rispetto al senso di appagamento e di felicità che mi pervade.Vediamo il Pizza, ha fatto un garone, 11° in 13h30’. L’amico Preda purtroppo si è ritirato. Melacarne è soddisfatto. Giovannino arriva anche lui sotto le 17 ore. Loris stringe i denti e con orgoglio arriva in 18h30’.Sono stati 300 gli atleti al via e, come da pronostico, dominio per il “veterano” Marco Olmo che chiude in 10h17’51”! Molto bene il lecchese Stefano Colombo, all’esordio su queste distanze, con un buon 6° posto.
Concludendo…
Mi sono accorto che mi sono un po’ dilungato. Sicuramente le cose da raccontare erano e sono tante…Che dire: è stata un’esperienza bellissima, sport vero, tu da solo con le tue forze e le tue energie. Devi saperti dosare, capire i segnali del tuo corpo, reagire ai momenti di difficoltà, mantenere la lucidità. Sinceramente sul sentiero della prima salita mai avrei pensato di riuscire ad arrivare a Courmayeur. La mia soddisfazione più grande sta proprio qui: ho reagito a questo momento di “crisi” e mi sono ripreso con motivazioni ancora maggiori.Questi momenti sono stati impagabili, un’esperienza che ti lascia “qualcosa”, hai tanto tempo per riflettere e per “ascoltarti”.Sono contento di aver concluso questo trail, 87 km con +5100 m di dislivello. A detta di molti è più duro del Cro-Magnon. Se mi fossi ritirato probabilmente avrei abbandonato la volontà di correrne altri. Ora, invece, la certezza è che questo non sarà il mio unico trail!
La gara: GRAN TRAIL VALDIGNE
Data: 14/15-7-2007
Dove: Valdigne – Valle d’Aosta
Partenza/Arrivo: Courmayeur
Lunghezza: 87 km (secondo le ultime indicazioni del sito)
Dislivello positivo: 5100 m
Tempo massimo: 25 ore
Sito internet: http://www.grantrailvaldigne.it/
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martedì 18 dicembre 2007
saintelyon - 07 - mudanda
tratto da:
http://www.ultratrail.it/e107_plugins/forum/forum_viewtopic.php?397
Per l'ennesima volta un'avventura che ti fa tornare a casa contento. Siamo partiti il sabato io e Dario da Venezia destinazione Lione per fare la 54^ edizione delle Saintelyon lì ci aspettava Andrea conosciuto al Mercantour 2007 ma la compagnia si è subito allargata. In pulman dall'aeroporto conosciamo Giovanni di Roma, persona eccezionale plurifinisher ovunque (Spartathlon, UTMB, Mercantour ecc....) poi Domenico incrociato anche lui al Mercantour 2007. Infine Galletto e tutti i suoi amici....lui è da poco tornato dal Grand raid de la reunion....insomma una bella compagnia con la quale abbiamo allegramente trascorso le ore di attesa raccontandoci le nostre avventure trail....se qualcuno si fosse preso la briga di sommare i km e i metri di dislivello dei nostri racconti avrebbe facilmente raggiunto cifre simili alla distanza tra la terra e la luna. Tutti pronti quindi per affrontare questa 54^ edizione della Saintelyon, 69 km tra sentieri e asfalto con 1300m D+ che per il 2007 propone un percorso modificato nel suo finale e, visti gli 8100 partenti, una partenza differenziata tra gara individuale e gare a staffetta. Ore 00:00 del 1/12/2007, sulle note di "light my way" degli U2, pronti via e l'avventura comincia i primi km su asfalto volano veloci, poi le prime salite verso St Christo en Jarez e Croix Bicoury punto più alto della gara (850m), a farla da padrona nei sentieri è il fango....tanto fango. Dopo il 30^ km (ristoro di St. Chaterine) il percorso diventa, come dicono i francesi, più "roulant", ma arrivare lì non è stata una passeggiata se vuoi spingere ne devi avere. Quindi ti ritrovi immerso nella notte a correre, a volte ti giri indietro e ti rendi conto che sei parte di questo lungo serpente di luce che sta segnando le Rhone-Alpes, a un certo momento per ignorare la solita vocina che mi sussurra dolcemente "...e stare a casa questa notte no?"...mi immaginavo su un aereo ad ammirare lo spettacolo di questa scia luminosa formata da 8100 frontali...e subito il pensiero della stanchezza e del freddo scompare. Dopo il ristoro di Soucieu en Jarrest al 46^ km cominci a sentire l'arrivo, il percorso ha molta discesa su strada per cui si mollano le gambe e via "a tutta" fino alla terribile salita di St. Foy de Lyon...lì i primi corrono...gli umani camminano gobbi con le manine sulle ginocchia. Superata questa ultima asperità si scende a Lyon, la trovo ancora avvolta nelle tenebre intenta ad ascoltare il rumore del Rodano che scorre pacifico. Mancano 7 km pianeggianti che si percorrono tutti costeggiando il Rodano una lentissima e gradevolissima agonia. Spingi gli ultimi km con le energie che ti sono rimaste e con l'amico Morfeo che ti rimprovera per non averlo venerato quella notte.....ma non fai nemmeno tempo a litigare perché c'è l'arrivo e quello è il tuo momento...e nessuno ti può impedire di godertelo.
http://www.ultratrail.it/e107_plugins/forum/forum_viewtopic.php?397
Per l'ennesima volta un'avventura che ti fa tornare a casa contento. Siamo partiti il sabato io e Dario da Venezia destinazione Lione per fare la 54^ edizione delle Saintelyon lì ci aspettava Andrea conosciuto al Mercantour 2007 ma la compagnia si è subito allargata. In pulman dall'aeroporto conosciamo Giovanni di Roma, persona eccezionale plurifinisher ovunque (Spartathlon, UTMB, Mercantour ecc....) poi Domenico incrociato anche lui al Mercantour 2007. Infine Galletto e tutti i suoi amici....lui è da poco tornato dal Grand raid de la reunion....insomma una bella compagnia con la quale abbiamo allegramente trascorso le ore di attesa raccontandoci le nostre avventure trail....se qualcuno si fosse preso la briga di sommare i km e i metri di dislivello dei nostri racconti avrebbe facilmente raggiunto cifre simili alla distanza tra la terra e la luna. Tutti pronti quindi per affrontare questa 54^ edizione della Saintelyon, 69 km tra sentieri e asfalto con 1300m D+ che per il 2007 propone un percorso modificato nel suo finale e, visti gli 8100 partenti, una partenza differenziata tra gara individuale e gare a staffetta. Ore 00:00 del 1/12/2007, sulle note di "light my way" degli U2, pronti via e l'avventura comincia i primi km su asfalto volano veloci, poi le prime salite verso St Christo en Jarez e Croix Bicoury punto più alto della gara (850m), a farla da padrona nei sentieri è il fango....tanto fango. Dopo il 30^ km (ristoro di St. Chaterine) il percorso diventa, come dicono i francesi, più "roulant", ma arrivare lì non è stata una passeggiata se vuoi spingere ne devi avere. Quindi ti ritrovi immerso nella notte a correre, a volte ti giri indietro e ti rendi conto che sei parte di questo lungo serpente di luce che sta segnando le Rhone-Alpes, a un certo momento per ignorare la solita vocina che mi sussurra dolcemente "...e stare a casa questa notte no?"...mi immaginavo su un aereo ad ammirare lo spettacolo di questa scia luminosa formata da 8100 frontali...e subito il pensiero della stanchezza e del freddo scompare. Dopo il ristoro di Soucieu en Jarrest al 46^ km cominci a sentire l'arrivo, il percorso ha molta discesa su strada per cui si mollano le gambe e via "a tutta" fino alla terribile salita di St. Foy de Lyon...lì i primi corrono...gli umani camminano gobbi con le manine sulle ginocchia. Superata questa ultima asperità si scende a Lyon, la trovo ancora avvolta nelle tenebre intenta ad ascoltare il rumore del Rodano che scorre pacifico. Mancano 7 km pianeggianti che si percorrono tutti costeggiando il Rodano una lentissima e gradevolissima agonia. Spingi gli ultimi km con le energie che ti sono rimaste e con l'amico Morfeo che ti rimprovera per non averlo venerato quella notte.....ma non fai nemmeno tempo a litigare perché c'è l'arrivo e quello è il tuo momento...e nessuno ti può impedire di godertelo.
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ultra tour du mont blanc (UTMB) - 07 - mudanda
Caro amante della corsa in montagna ti sto per raccontare dell'Ultra tour du Mont Blanc, 163 km 8900 m 2007 D+ "LA GARA" e come dicono in tv "Mudanda c'è! Lavanda c'è! MONTANAIA RACING C'E'! . La partenza è da pelle d'oca 2339 persone che partono tra due ali di folla incitante......una carica incredibile. I primi 8 km sono pianeggianti e si corrono poi a Les Houches si inizia con la prima rampa. Stavo bene e già lì ho perso Lavanda mio fido compagno di gare, la prima discesa è su una pista da sci....facile....si arriva così al primo ravit, io ci arrivo in 3 ore Olmo&c in due...... da li iniziano 24 km di salita 1700 m D+ che portano al croix de Bonhomme niente di sconvolgente ma inteminabile....intanto si fa notte......alle tre sono al ravit sotto la discesa, molto brutta, fangosa, piena di canaletti....ho visto cadere un sacco di gente.........breve ristoro e si riparte....Col de seigne, Refuge Elisabetta, ........Courmayer dove arrivo alle 8:15 del mattino stavo bene nessuna crisi rilevante un unico grosso errore...durante la notte per coprirmi dal freddo avevo usato una k-way sudando abbondantemente.....a Coumayer dove c'è il primo cambio indumenti avevo abrasioni da sudore ovunque....la più fastidiosa sulla schiena dove appoggiava lo zaino e sotto le ascelle (si avevo messo la crema ma con il sudore va via).......ma sapete come sono fatto io......... mi sono detto "....dolore trascurabile....." e poi "....tu no puede terminar sin dolor.....".....per cui avanti...dopo Courmayer la gara prende un altro ritmo....le salite al rifugio Bertone e al col del grand Ferret sono molto simile a quelle del Mercantour....ripidissime e mozzafiato....comincio a sentire un po' di stanchezza...ma avanti.....arrivo sopra il col del grand ferret alle 16:30...in linea con un chiusura attorno alle 35 ore, da lì ti attendono 17 km di discesa......da lì sono iniziate le crisi di sonno.......da lì ho cominciato a capire la differenza tra una 100 km e una 163 km.......ma si va avanti a fatica ma avanti i pensieri cominciano a farsi sentire "......un'altra notte.....chissà se farà freddo......".......e le teorie sugli ultracorpi cominciano a prendere forma nella mia mente "....ho visto cose che voi umani non avete mai visto, bastioni incendiati sulle cinture di Orione....." basta poi non spegnersi come blade runner.......alla fine della discesa un po' camminata un po' corsa c'è un starppetto di 330m D+ che sulla carta dici "cazzata"........330m D+ in 1 km!!!!!!!!!! ti toglie nell'ordine: 1 polmone, 10 anni di vita......e poi mi ha fatto esaurire il vocabolario della bestemmia veneta dal medioevo ad oggi.....finita la salita si arriva a Champex...secondo cambio indumenti, qui arrivo all'imbrunire e mi preparo per la seconda notte....qui è come al ristoro del 75^ al Mercantour molti si ritirano...è il momento di non mollare....trovo ralf tedescazzo che avevo conosciuto alla via Marenca...voleva ritirasi....lo insulto per bene e me lo tiro dietro.......le due salite che seguiranno non ho alcun pudore a definirle le più dure mai fatte....la Bovine (dove è scattato Olmo) un 700m D+ in 3 km scarsi tra radici e rocce, la Catogne altri 800 m in 3 km dritti dritti.....a quel punto non ho più gambe.....cerco di correre la discesa verso Valorcine ma il dolore è enorme....arrivati a Valorcine mancano 17 fottuttisimi km di discesa mi imposto su 1 km di corsa 1 km di marcia....peccato che correndo in discesa andavo a 8' al km.......gli ultimi 3 km sono agonia pura, l'ultimo km lo corro con quelle energie che il corpo tiene solo per se quando realizzo che sono a Chamonix inizio a piangere, non riesco a trattenermi......poi giri l'angolo e c'è l'arrivo.....ho finito di piangere 30'dopo l'arrivo.
Alla fine 38 ore 52 minuti.
In conclusione è stupendo, l'organizzazione è perfetta, tifo ovunque e a tutte le ore quest'anno poi il meteo è stato divino e questo aiuta moltissimo. E' comunque una corsa folle molto molto più impegnativa di una 100 km.
Un bacione.
Alla fine 38 ore 52 minuti.
In conclusione è stupendo, l'organizzazione è perfetta, tifo ovunque e a tutte le ore quest'anno poi il meteo è stato divino e questo aiuta moltissimo. E' comunque una corsa folle molto molto più impegnativa di una 100 km.
Un bacione.
mercantour - 07 - mudanda
Ebbene sì caro Leonardo penso proprio che hai ragione: ti sei perso l'edizione del secolo del MERCANTOUR. Ti racconto la mia avventura. Parto il 31 maggio per il CRO MAGNON e nel bel mezzo della tormenta di neve sulla militare del col della Boaria conosco Thierry con il quale condivido la disperazione dell'annullamento della gara. Ci si saluta e rientro a casa in lacrime. Lunedì 4 giugno cerco disperatamente un'altro Ultra Trail da fare ma sai come sono queste cose: ISCRIZIONI CHIUSE, ISCRIZIONI CHIUSE ECC.... Non so cosa mi sia preso...a volte il destino è bizzarro... alzo il telefono e chiamo l'organizzatore del Mercantour....gli chiedo se c'è posto.....TUTTO COMPLETO DAL 1 DI FEBBRAIO!!!!!.... insisto e gli dico "dai per una persona e basta......sabato ero al CRO e mi hanno mandato a casa...." lui risponde "si c'ero anch'io"........era Thierry......gentilissimo. Detto fatto si parte per l'avventura parto giovedì 14 con la mia super punto 1200 cc 8v da Meolo (VE) passo la giornata per lavoro in val di Susa e poi verso sera via verso Cuneo, Borgo san dalmazio, Demonte, Vinadio, Colle di Lombardia..........St Martin Vesuvie (che viaggio). Arrivo verso le 21:45 entro in un alberghetto trovo una stanza chiedo di mangiare e.....mi riaprono la cucina per farmi la cena.....Incredibile troppo gentili....La mattina pago il conto e la signora gentilissima senza che io dica niente mi chiede se ho la camera per la notte. Gli dico di no (non avevo prenotato nulla) e lei si interessa e mi manda da un affittacamere a 8 km......incredibile questi non sono Francesi! Al ritiro del pettorale conosco Lamberto e Maurizio di Milano......non avevano prenotato niente...volevano dormire in macchina...ho diviso la stanza con loro. Ma veniamo alla gara. Si parte alle 4:00 del mattino il via lo da DAWA in persona che emozione! Primi 4 km su asfalto e poi via si iniziano le salite. Le prime rampe sono abbordabili si spingono via bene fino al pas de ladres tutto fila per il meglio, pensavo "una passeggiata". Dal secondo ristoro però il MERCANTOUR 2007 comincia a mostrare il suo vero volto, salite molto impegnative che non ti mollavano un attimo. Un primo tratto boschivo ripidissimo per poi arrivare fino alla sospirata forcella finale. Il passaggio sul pass du mont Colomb è stato terribile sia per la salita che per la discesa (LINK vedi pagina 6) una pietraia micidiale (infatti sono caduto). Si arriva così al cancelletto di metà percorso (tempo max 14 ore) dove c'è il ristoro e il cambio indumenti un respiro di sollievo. Il tratto che segue, quello compreso tra il Pount du Content e il Pass du Diable è il tratto più spettacolare della gara. Panorami mozzafiato, natura selvaggia......super spirito Trail.......troppo bello. La salita verso il pass de l'arpette è micidiale e interminabile, l'ho fatta tutta insieme ad un francese senza mai mollare....in cima ci siamo dati il 5...avevamo fatto qualcosa di grande....si passa per il refuge de le merveilles poi pass du Diable e poi giù lungo un interminabile traverso che porta verso il ravito del 75 km. Adesso è fatica pura questo tratto è interminabile. Ad una certo punto c'era una fontana con un cartello scritto a mano che indicava 6 km al ristoro.....ci ho messo due ore ad arrivarci correndo (non erano 6 km). A meno di non essere fenomeni al 75^ ci si arriva all'imbrunire,,,,,restano 25 km e circa 1800m di dislivello......è il punto dove non si deve mollare......lì si ritirano in molti, ci sono le macchine che li portano via....li vedì dentro al caldo che si spostano senza far fatica...l'invidia è forte......ma io ero lì per finire...io ero lì per stamparmi nel cuore questa avventura....e così al motto di "alea iacta est......'fanculo 'sti galli" si parte per l'ultima salita, ormai è buio e fa freddo....altra salita interminabile....e poi finalmente la discesa. Finalmente un c....! Una discesa della madonna, ripidissima da affrontare con il buio sono caduto almeno 20 volte.....ma alla fine......l'arrivo ce l'ho fatta 25h25'19"......era il mio primo ultra trail.......resterà nel mio cuore per sempre. Organizzazione perfetta, ristori giusti come numero e calorosissimi, percorso ben segnato tifo lungo il percorso......natura stupenda. Da segnalare che mentre l'organizzazione scriveva 102 km con 6600 D+ molti Sounto e Garmin hanno misurato 106 km 7300 D+.....ma non stiamo qui a guardare le virgole vero? Vorrei che venissero salutati i "compagni di via": Lamberto, Maurizio, Andrea e "Viterbo" (e chi si ricorda come si chiama). Vi ricordo che queste gare hanno un'anima e un codice di comportamento che non è quello delle 42 su asfalto...qui non ci sono passaggi da rispettare...l'unica cosa da rispettare è la natura!
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UTMB 2007 - daniele cesconetto
tratto da:
http://www.trailrunningitalia.com/storie.htm
Il giro del Monte Bianco, è un itinerario permanente che gli “escursionisti normali”, effettuano nell’arco di più tappe bivaccando in tenda oppure pernottando nei vari rifugi che si trovano lungo il cammino. Questo finché, 5 anni fa, qualcuno ha avuto la brillante idea di organizzare un’ultra trail da compiere al massimo in 46 ore.
A pochi anni dalla nascita, questo evento è diventato un appuntamento cult nel panorama dell’ultramaratona europea e mondiale, richiamando a Chamonix migliaia di atleti.
Per rendere meglio l’idea, per questa edizione 2007 le iscrizioni si sono chiuse dopo 8 ore dall’apertura, per il raggiungimento del numero massimo di 2500 iscritti.
Il percorso ripercorre il perimetro della cima più alta d’Europa per un totale di 163 km e 8900 m. di dislivello. In pratica, un viaggio a piedi sulle orme di quello che è già diventato un mito non solo per l’alpinismo e l’escursionismo, ma anche per chi, della corsa senza fine ha fatto uno stile di vita.
Partenza venerdì 24 agosto ore 18.30 in un’atmosfera surreale con l’adrenalina a mille tra 10.000 spettatori accalcati sull’incantevole centro di Chamonix, e mi ritrovo attorniato da ultratrailer provenienti da tutto il mondo.
Sembrava quasi di essere ad un mondiale di trail, visto che c’era il meglio che si può trovare in circolazione; solo per fare qualche nome Marco Olmo, Vincente Delebarre, Gailord Thorpe, Dawa Sherpa, Christophe Jacquerod e Dean Karnazes… tutti fenomeni che non hanno bisogno di presentazioni. Durante questi anni di ultramaratone ho provato una miriade di sensazioni ma questa volta l’emozione e’ stata talmente intensa che a stento ho trattenuto le lacrime, quello che non sono riusciti a fare alcuni atleti che avevo al mio fianco e molte persone del pubblico… i discorsi di rito con in sottofondo una musica da gladiatori e, ….. la “battaglia” ha inizio!
Essendo sulle prime posizioni, anche se la corsa era lunga 163 km, è impossibile partire piano con l’adrenalina a mille nelle vene e cosi, bastoncini in mano, a tutta almeno finché non siamo usciti da due ali di folla.
Mi ritrovo cosi per i primi 8 km in compagnia di Marco Olmo, che con il suo andare “tranquillo” si lascia sfilare da tutti gli altri pretendenti alla vittoria finale; sicuro che “ tanto dopo li prendo tutti !!!“. Scambiamo qualche battuta finché arriva la prima asperità, “La Charme” e cosi io cammino e lui corre: “Bon vojage Marco !!”.
Una salita di 10 km e 852m di dislivello in gran parte su pista da discesa e con un panorama mozzafiato su sua maestà il Bianco versante francese a salutarci. Questo è stata l’ultimo paesaggio che sono riuscito ad ammirare nel giorno di venerdì 24 agosto, visto che dopo 7 km di discesa sempre su pista, sono calate le tenebre della notte e cosi anche il buio più totale.
Al 20 km a Saint-Gervais un bagno di folla trasforma il piccolo paese alpino in una torcida brasiliana… da brividi.
Ormai è buio pesto ed approfitto per accendere la frontale. Un mangia e bevi fino a Les Contamines (30 km) a 1150 m dove attacca la Croix du Bonhomme (2479 m) di 13 km.
Manca poco alle 22.00 e al controllo del chip, ecco lo stop per controllo del materiale obbligatorio nello zaino, comincia a fare freddino e cosi mi metto in versione invernale: via pantaloncini corti e t-shirt e su pantaloni lunghi, pile e k-way… dopo circa 10 minuti riparto e UTMB (Ultra Trail Mont Blanc ) entra nel vivo.
La salita all’inizio non era impossibile, ma noto che sono l’unico che corre, gli altri sono tutti al passo. Qualche tornante e faccio un esame di coscienza e decido che probabilmente c’è un “perché”, mi adeguo ai maestri francesi dell’ultramaratona e a passo spedito sotto la spinta dei bastoncini, procediamo verso la vetta. Scende la notte, è la luna piena a tenerci compagnia sotto un cielo stellato, un vento gelido in viso a tenerci svegli e il pensiero a casa a chi sta seguendo la gara (con il pensiero o su internet) di questi gladiatori del tempi moderni.
Raggiungo la cima verso 00.30 e seguo le luci che mi precedono in discesa.
Qualche centinaio di metri e… comincia una discesa che si vede solo nelle skyrace di 20 km tecnica, ripida e in gran parte su un torrente che scende dal ghiaccio.
Ogni tanto sento il crepitio dei bastoncini che sbattono nella pietraia e il francese di turno che vola ginocchia all’aria. L’imprecazione più comune: MERD !!!
In qualche modo e molto lentamente arrivo a Les Chapieux ( 1546m.) dove parte Col de la Seigne (2516m). 10 km di lunghezza e circa 1000m di dislivello dove capisco perché i francesi in salita camminano… perché e l’unica cosa da fare se si vuole arrivare a Chamonix con le proprie gambe. Dopo qualche km ecco le prime crisi: a circa 2000 m trovo seduto in un masso tra la neve, un atleta che paga il conto di “una partenza troppo allegra” in pantaloncini e maniche corte, gli chiedo se ha qualche problema e mugugna qualcosa di non ben decifrabile. Poco più avanti un altro… e poi un altro ancora: la dura legge di sua maestà il Bianco cominciava a mietere vittime.
Le ore passavano e, scollinata la Seigne, raggiungo Courmayeur alle prime luci del giorno verso le ore 06.00 (77 km dalla partenza) dove trovo una ragazza giapponese che dorme sul ciglio della strada con lo zaino sulla schiena.
Il centro cittadino, desolatamente vuoto, fa da attacco al rifugio Bertone (1989m), 5 km di salita su sentiero modello “non finisce mai !!!“ e poi su falsopiano fino al rifugio Monatti: anche se sento che comincio a dare segni di squilibrio e ad essere cotto, noto tristemente che il versante italiano è quello più sporco con confezioni di generi alimentari sparsi un po’ dappertutto sul sentiero... che caso !!!
Arrivo al Bonatti in piena crisi di fame, mangio tutto quello che mi era rimasto nello zaino con obiettivo il fondo valle Arnuva. Avevo sentito parlare “male” di quello che ci aspettava dopo Courmayeur ma non pensavo fosse cosi duro.
Ad Arnuva (1769m) comincia la salita più dura: Gran Col Ferret (2537m).
Una salita di 3,5 km modello “direttissima” da incubo, infinita, che dopo 94 km sulle gambe… e indescrivibile !!!
A fatica arrivo in cima, comincio la discesa e sono talmente fuori uso che non riesco quasi più a correre nemmeno in questo terreno.
Penso che non e’ possibile (mi mancano più di 60 km all’arrivo) e cerco di trovare una tecnica per rimediare alla situazione: porto il peso in avanti e con i bastoncini faccio in modo di non cadere.
Vado ormai avanti per forza d’inerzia e tra una salita, discesa, salita e discesa arrivo a Chapieux-Lac 122 km dalla partenza.
Ormai non mi rendo nemmeno conto che ore sono, sento solo che fa un freddo bestia.
Controllo l’orologio e sono le 15.00 e un sole stupendo con circa 25° gradi… sono sempre più fuso che, sono costretto a rimettermi addosso i pantaloni invernali che avevo tolto al rifugio Bertone. Tempo di mangiare qualcosa e riparto.
Vedo che non e’ che i miei colleghi se la passino meglio di me: piedi distrutti dalle vesciche, crampi e schiene distrutte dallo zaino.
Dopo tutto io non sto poi cosi male, semplicemente non vado più avanti… in compagnia di un ragazzo svizzero e un francese comincio la “Bovine”: salita modello “ arrampicata-ferrata”.
Ormai mi trascino solo con la forza di volontà, Trient 137 km, salita della Catogne, Vallorcine 147 km, Argentiere 153 km …… 10 km all’arrivo… ormai e’ fatta!
Compongo un treno in compagnia dello svizzero e con l’aiuto dei bastoncini anche in pianura, riusciamo a correre fino alla periferia di Chamonix, mi parla in inglese ma, nelle ultime ore non capisco nemmeno l’italiano figuriamoci l’inglese !!!
Andiamo al passo per qualche centinaio di metri, per gustare questi ultimi minuti di queste 29h 35’ 05” dove si sono raggruppate tutte le sensazioni e emozioni che un ultramaratoneta può provare.
Ho schedato due categorie di atleti che partecipano a quest’avventura:
la prima sono “i fenomeni”, che sono i primi 30 classificati e cioè i nomi sopraccitati;
la seconda sono “ quelli con le palle quadrate “; a questi la classifica conta ben poco, la sfida è contro se stessi, costretti ad interminabili camminate per raggiungere la cima, ed interminabili camminate per raggiungere il fondovalle e questo fino alla fine entro il tempo massimo… come dicono i francesi: “chapeau”, giù il cappello!!!.
Sarà impossibile vedere ancora quello che ho visto in questi due giorni: alla partenza, parenti e amici con le lacrime agli occhi; sul finale concorrenti che si sono trascinati all’arrivo con la sola forza mentale e scoppiare in un pianto liberatorio.
Questa e’ una delle mie vittorie personali più belle e, di solito, le vittorie vanno dedicate.
Io questa la voglio dedicare a tutte le persone che durante questi anni ho conosciuto e che in qualche modo hanno “creato” il Daniele Cesconetto che conoscete adesso.
Con i miei Amici con cui condivido questa magnifica passione che e’ la corsa sulle lunghe distanze…
Con chi mi alleno durante la settimana…
Con chi condivido, durante i fine settimana, ore ed ore su sentieri e asfalto in giro per l’Italia..
Con chi mi ha accettato per quello che ero, ma anche con chi non lo ha fatto ……..
Con Paolino, Remo, Ivan, Gianni, Stefano, Enrico, Lorenzo, Alessandro, Marco ……
Con Mario Pisani, Roberto e Alfio che non ci sono piu’ ma….. che stanno sicuramente organizzando qualche ultramaratona lassù …
Ma anche…
Con chi alla mattina beve il caffè nel bicchiere e guarda i dvd di Lupin …..
Con chi porta a passeggio il cane tre volte al giorno …..
Con chi mangia solo pizza margherita o melanzane grigliate …
Che a modo loro corrono con me….
Con chi mi accetterà (almeno lo spero) per quello che sono …
J’LL NEVER RUN ALONE
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Il giro del Monte Bianco, è un itinerario permanente che gli “escursionisti normali”, effettuano nell’arco di più tappe bivaccando in tenda oppure pernottando nei vari rifugi che si trovano lungo il cammino. Questo finché, 5 anni fa, qualcuno ha avuto la brillante idea di organizzare un’ultra trail da compiere al massimo in 46 ore.
A pochi anni dalla nascita, questo evento è diventato un appuntamento cult nel panorama dell’ultramaratona europea e mondiale, richiamando a Chamonix migliaia di atleti.
Per rendere meglio l’idea, per questa edizione 2007 le iscrizioni si sono chiuse dopo 8 ore dall’apertura, per il raggiungimento del numero massimo di 2500 iscritti.
Il percorso ripercorre il perimetro della cima più alta d’Europa per un totale di 163 km e 8900 m. di dislivello. In pratica, un viaggio a piedi sulle orme di quello che è già diventato un mito non solo per l’alpinismo e l’escursionismo, ma anche per chi, della corsa senza fine ha fatto uno stile di vita.
Partenza venerdì 24 agosto ore 18.30 in un’atmosfera surreale con l’adrenalina a mille tra 10.000 spettatori accalcati sull’incantevole centro di Chamonix, e mi ritrovo attorniato da ultratrailer provenienti da tutto il mondo.
Sembrava quasi di essere ad un mondiale di trail, visto che c’era il meglio che si può trovare in circolazione; solo per fare qualche nome Marco Olmo, Vincente Delebarre, Gailord Thorpe, Dawa Sherpa, Christophe Jacquerod e Dean Karnazes… tutti fenomeni che non hanno bisogno di presentazioni. Durante questi anni di ultramaratone ho provato una miriade di sensazioni ma questa volta l’emozione e’ stata talmente intensa che a stento ho trattenuto le lacrime, quello che non sono riusciti a fare alcuni atleti che avevo al mio fianco e molte persone del pubblico… i discorsi di rito con in sottofondo una musica da gladiatori e, ….. la “battaglia” ha inizio!
Essendo sulle prime posizioni, anche se la corsa era lunga 163 km, è impossibile partire piano con l’adrenalina a mille nelle vene e cosi, bastoncini in mano, a tutta almeno finché non siamo usciti da due ali di folla.
Mi ritrovo cosi per i primi 8 km in compagnia di Marco Olmo, che con il suo andare “tranquillo” si lascia sfilare da tutti gli altri pretendenti alla vittoria finale; sicuro che “ tanto dopo li prendo tutti !!!“. Scambiamo qualche battuta finché arriva la prima asperità, “La Charme” e cosi io cammino e lui corre: “Bon vojage Marco !!”.
Una salita di 10 km e 852m di dislivello in gran parte su pista da discesa e con un panorama mozzafiato su sua maestà il Bianco versante francese a salutarci. Questo è stata l’ultimo paesaggio che sono riuscito ad ammirare nel giorno di venerdì 24 agosto, visto che dopo 7 km di discesa sempre su pista, sono calate le tenebre della notte e cosi anche il buio più totale.
Al 20 km a Saint-Gervais un bagno di folla trasforma il piccolo paese alpino in una torcida brasiliana… da brividi.
Ormai è buio pesto ed approfitto per accendere la frontale. Un mangia e bevi fino a Les Contamines (30 km) a 1150 m dove attacca la Croix du Bonhomme (2479 m) di 13 km.
Manca poco alle 22.00 e al controllo del chip, ecco lo stop per controllo del materiale obbligatorio nello zaino, comincia a fare freddino e cosi mi metto in versione invernale: via pantaloncini corti e t-shirt e su pantaloni lunghi, pile e k-way… dopo circa 10 minuti riparto e UTMB (Ultra Trail Mont Blanc ) entra nel vivo.
La salita all’inizio non era impossibile, ma noto che sono l’unico che corre, gli altri sono tutti al passo. Qualche tornante e faccio un esame di coscienza e decido che probabilmente c’è un “perché”, mi adeguo ai maestri francesi dell’ultramaratona e a passo spedito sotto la spinta dei bastoncini, procediamo verso la vetta. Scende la notte, è la luna piena a tenerci compagnia sotto un cielo stellato, un vento gelido in viso a tenerci svegli e il pensiero a casa a chi sta seguendo la gara (con il pensiero o su internet) di questi gladiatori del tempi moderni.
Raggiungo la cima verso 00.30 e seguo le luci che mi precedono in discesa.
Qualche centinaio di metri e… comincia una discesa che si vede solo nelle skyrace di 20 km tecnica, ripida e in gran parte su un torrente che scende dal ghiaccio.
Ogni tanto sento il crepitio dei bastoncini che sbattono nella pietraia e il francese di turno che vola ginocchia all’aria. L’imprecazione più comune: MERD !!!
In qualche modo e molto lentamente arrivo a Les Chapieux ( 1546m.) dove parte Col de la Seigne (2516m). 10 km di lunghezza e circa 1000m di dislivello dove capisco perché i francesi in salita camminano… perché e l’unica cosa da fare se si vuole arrivare a Chamonix con le proprie gambe. Dopo qualche km ecco le prime crisi: a circa 2000 m trovo seduto in un masso tra la neve, un atleta che paga il conto di “una partenza troppo allegra” in pantaloncini e maniche corte, gli chiedo se ha qualche problema e mugugna qualcosa di non ben decifrabile. Poco più avanti un altro… e poi un altro ancora: la dura legge di sua maestà il Bianco cominciava a mietere vittime.
Le ore passavano e, scollinata la Seigne, raggiungo Courmayeur alle prime luci del giorno verso le ore 06.00 (77 km dalla partenza) dove trovo una ragazza giapponese che dorme sul ciglio della strada con lo zaino sulla schiena.
Il centro cittadino, desolatamente vuoto, fa da attacco al rifugio Bertone (1989m), 5 km di salita su sentiero modello “non finisce mai !!!“ e poi su falsopiano fino al rifugio Monatti: anche se sento che comincio a dare segni di squilibrio e ad essere cotto, noto tristemente che il versante italiano è quello più sporco con confezioni di generi alimentari sparsi un po’ dappertutto sul sentiero... che caso !!!
Arrivo al Bonatti in piena crisi di fame, mangio tutto quello che mi era rimasto nello zaino con obiettivo il fondo valle Arnuva. Avevo sentito parlare “male” di quello che ci aspettava dopo Courmayeur ma non pensavo fosse cosi duro.
Ad Arnuva (1769m) comincia la salita più dura: Gran Col Ferret (2537m).
Una salita di 3,5 km modello “direttissima” da incubo, infinita, che dopo 94 km sulle gambe… e indescrivibile !!!
A fatica arrivo in cima, comincio la discesa e sono talmente fuori uso che non riesco quasi più a correre nemmeno in questo terreno.
Penso che non e’ possibile (mi mancano più di 60 km all’arrivo) e cerco di trovare una tecnica per rimediare alla situazione: porto il peso in avanti e con i bastoncini faccio in modo di non cadere.
Vado ormai avanti per forza d’inerzia e tra una salita, discesa, salita e discesa arrivo a Chapieux-Lac 122 km dalla partenza.
Ormai non mi rendo nemmeno conto che ore sono, sento solo che fa un freddo bestia.
Controllo l’orologio e sono le 15.00 e un sole stupendo con circa 25° gradi… sono sempre più fuso che, sono costretto a rimettermi addosso i pantaloni invernali che avevo tolto al rifugio Bertone. Tempo di mangiare qualcosa e riparto.
Vedo che non e’ che i miei colleghi se la passino meglio di me: piedi distrutti dalle vesciche, crampi e schiene distrutte dallo zaino.
Dopo tutto io non sto poi cosi male, semplicemente non vado più avanti… in compagnia di un ragazzo svizzero e un francese comincio la “Bovine”: salita modello “ arrampicata-ferrata”.
Ormai mi trascino solo con la forza di volontà, Trient 137 km, salita della Catogne, Vallorcine 147 km, Argentiere 153 km …… 10 km all’arrivo… ormai e’ fatta!
Compongo un treno in compagnia dello svizzero e con l’aiuto dei bastoncini anche in pianura, riusciamo a correre fino alla periferia di Chamonix, mi parla in inglese ma, nelle ultime ore non capisco nemmeno l’italiano figuriamoci l’inglese !!!
Andiamo al passo per qualche centinaio di metri, per gustare questi ultimi minuti di queste 29h 35’ 05” dove si sono raggruppate tutte le sensazioni e emozioni che un ultramaratoneta può provare.
Ho schedato due categorie di atleti che partecipano a quest’avventura:
la prima sono “i fenomeni”, che sono i primi 30 classificati e cioè i nomi sopraccitati;
la seconda sono “ quelli con le palle quadrate “; a questi la classifica conta ben poco, la sfida è contro se stessi, costretti ad interminabili camminate per raggiungere la cima, ed interminabili camminate per raggiungere il fondovalle e questo fino alla fine entro il tempo massimo… come dicono i francesi: “chapeau”, giù il cappello!!!.
Sarà impossibile vedere ancora quello che ho visto in questi due giorni: alla partenza, parenti e amici con le lacrime agli occhi; sul finale concorrenti che si sono trascinati all’arrivo con la sola forza mentale e scoppiare in un pianto liberatorio.
Questa e’ una delle mie vittorie personali più belle e, di solito, le vittorie vanno dedicate.
Io questa la voglio dedicare a tutte le persone che durante questi anni ho conosciuto e che in qualche modo hanno “creato” il Daniele Cesconetto che conoscete adesso.
Con i miei Amici con cui condivido questa magnifica passione che e’ la corsa sulle lunghe distanze…
Con chi mi alleno durante la settimana…
Con chi condivido, durante i fine settimana, ore ed ore su sentieri e asfalto in giro per l’Italia..
Con chi mi ha accettato per quello che ero, ma anche con chi non lo ha fatto ……..
Con Paolino, Remo, Ivan, Gianni, Stefano, Enrico, Lorenzo, Alessandro, Marco ……
Con Mario Pisani, Roberto e Alfio che non ci sono piu’ ma….. che stanno sicuramente organizzando qualche ultramaratona lassù …
Ma anche…
Con chi alla mattina beve il caffè nel bicchiere e guarda i dvd di Lupin …..
Con chi porta a passeggio il cane tre volte al giorno …..
Con chi mangia solo pizza margherita o melanzane grigliate …
Che a modo loro corrono con me….
Con chi mi accetterà (almeno lo spero) per quello che sono …
J’LL NEVER RUN ALONE
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la via marenca - 07 - daniele cesconetto
tratto da:
http://www.trailrunningitalia.com/storie.htm
97 km e 4734 m. di dislivello… non sono dei numeri sparati a casaccio, ma sono semplicemente i numeri che ha tirato fuori dal cilindro quel fenomeno di atleta di Lorenzo Trincheri nell’organizzare il primo ultra trail sopra i 50 km svolto interamente in Italia. Come si poteva mancare ad una competizione che e’ gia entrata nella storia dell’ultramaratona ?
E così, finita la quotidiana giornata lavorativa, sabato 21 luglio si parte alla volta di Dolcedo (Imperia) e i circostanti monti dove avra’ sede la “ 1° Battaglia Imperiale” ovvero “La Via Marenca, la via che porta al mare”.
Circa 6 ore di viaggio e, arrivati a destinazione, non ci resta altro che aspettare pazientemente, preparando gli ultimi dettagli, la mezzanotte ora di partenza.
Ho vissuto personalmente questa competizione, oltre a essere una vera e propria avventura, come ultimo banco di prova di un certo livello prima di intraprendere il lungo ….. anzi lunghissimo “viaggio” all’Ultra Trail Mont Blanc.
Quattro chiacchiere e una bella mangiata con un pasta party al pesto ed eccoci nel suggestivo borgo della Val Prino, carichi di adrenalina come dei boiler (come dice il buon Luca Zava). Sara’ la sincera amicizia che mi lega al Trik, ma era da tempo che non sentivo le sensazioni che ho provato negli ultimi attimi che precedevano la partenza. Zaini, ghette, berretto, pila frontale accesa (casco allacciato e luci accese anche di giorno !!!) e come un centinaio di cavalli imbizzarriti partiamo.
Qualche passaggio nel suggestivo centro storico di Dolcedo e si lascia la strada per cominciare l’impresa con la "I" maiuscola.
Il primo obiettivo era quello di arrivare al monte Saccarello al 37° km conquistato dopo 6 ore, che con i suoi 2200 m di altitudine era il punto piu’ alto di tutto il percorso.
Tra strade forestali, mulattiere e sentieri piu’ o meno tecnici, il viaggio continuava verso Caserme di Marta (1983 m).
Lunga discesa di 12 km su pietre ed eccomi all’attacco della penultima salita, il monte Ceppo (1627 m).
Il sole già alto cominciava a dare i suoi effetti e dovevo cosi centellinare le mie riverve d'acqua, onde evitare spiacevoli sorprese.
Pensavo costantemente a una Red Bull fresca o alla meno peggio a un’acqua e menta (con acqua naturale !!!!), ma all’orizzonte non vedevo altro che boschi e boschi. Arrivo a valicare il Monte Ceppo con una temperatura infernale e dopo una doccia con tanto di zaino in spalla riparto verso l’ultima asperita’: il Monte Veina a 992 m.
Altra lunga ripida discesa su cemento fino all’abitato di Badalucco ed ecco davanti La Bestia.
Questa ultima salita l’avevo provata in compagnia di Lorenzo a gennaio durante una breve ricognizione del percorso e già si poteva capire la difficolta’ di questi 8 km… affrontati dopo circa 80 km sulle gambe.
Tra lunghi tratti al passo e pochi tratti di corsa (sofferta !!!), un cartello rigenerante che citava “100 metri al Passo Veina – Ristoro“ mi faceva capire che l’impresa era li a pochi passi. Una decina di km su pietraie ed eccomi in solitaria dopo 13 h 09', a completare una delle gare piu’ dure a cui abbia preso parte tra le 150 che ho concluso.
Si dice che nella vita ci sono 10 cose da provare; una e’ guidare una Harley Davidson, una terminare la Marathon Des Sables, la 9 Colli running e... La Via Marenca !!!!!
...per le altre 6 a voi la scelta.
http://www.trailrunningitalia.com/storie.htm
97 km e 4734 m. di dislivello… non sono dei numeri sparati a casaccio, ma sono semplicemente i numeri che ha tirato fuori dal cilindro quel fenomeno di atleta di Lorenzo Trincheri nell’organizzare il primo ultra trail sopra i 50 km svolto interamente in Italia. Come si poteva mancare ad una competizione che e’ gia entrata nella storia dell’ultramaratona ?
E così, finita la quotidiana giornata lavorativa, sabato 21 luglio si parte alla volta di Dolcedo (Imperia) e i circostanti monti dove avra’ sede la “ 1° Battaglia Imperiale” ovvero “La Via Marenca, la via che porta al mare”.
Circa 6 ore di viaggio e, arrivati a destinazione, non ci resta altro che aspettare pazientemente, preparando gli ultimi dettagli, la mezzanotte ora di partenza.
Ho vissuto personalmente questa competizione, oltre a essere una vera e propria avventura, come ultimo banco di prova di un certo livello prima di intraprendere il lungo ….. anzi lunghissimo “viaggio” all’Ultra Trail Mont Blanc.
Quattro chiacchiere e una bella mangiata con un pasta party al pesto ed eccoci nel suggestivo borgo della Val Prino, carichi di adrenalina come dei boiler (come dice il buon Luca Zava). Sara’ la sincera amicizia che mi lega al Trik, ma era da tempo che non sentivo le sensazioni che ho provato negli ultimi attimi che precedevano la partenza. Zaini, ghette, berretto, pila frontale accesa (casco allacciato e luci accese anche di giorno !!!) e come un centinaio di cavalli imbizzarriti partiamo.
Qualche passaggio nel suggestivo centro storico di Dolcedo e si lascia la strada per cominciare l’impresa con la "I" maiuscola.
Il primo obiettivo era quello di arrivare al monte Saccarello al 37° km conquistato dopo 6 ore, che con i suoi 2200 m di altitudine era il punto piu’ alto di tutto il percorso.
Tra strade forestali, mulattiere e sentieri piu’ o meno tecnici, il viaggio continuava verso Caserme di Marta (1983 m).
Lunga discesa di 12 km su pietre ed eccomi all’attacco della penultima salita, il monte Ceppo (1627 m).
Il sole già alto cominciava a dare i suoi effetti e dovevo cosi centellinare le mie riverve d'acqua, onde evitare spiacevoli sorprese.
Pensavo costantemente a una Red Bull fresca o alla meno peggio a un’acqua e menta (con acqua naturale !!!!), ma all’orizzonte non vedevo altro che boschi e boschi. Arrivo a valicare il Monte Ceppo con una temperatura infernale e dopo una doccia con tanto di zaino in spalla riparto verso l’ultima asperita’: il Monte Veina a 992 m.
Altra lunga ripida discesa su cemento fino all’abitato di Badalucco ed ecco davanti La Bestia.
Questa ultima salita l’avevo provata in compagnia di Lorenzo a gennaio durante una breve ricognizione del percorso e già si poteva capire la difficolta’ di questi 8 km… affrontati dopo circa 80 km sulle gambe.
Tra lunghi tratti al passo e pochi tratti di corsa (sofferta !!!), un cartello rigenerante che citava “100 metri al Passo Veina – Ristoro“ mi faceva capire che l’impresa era li a pochi passi. Una decina di km su pietraie ed eccomi in solitaria dopo 13 h 09', a completare una delle gare piu’ dure a cui abbia preso parte tra le 150 che ho concluso.
Si dice che nella vita ci sono 10 cose da provare; una e’ guidare una Harley Davidson, una terminare la Marathon Des Sables, la 9 Colli running e... La Via Marenca !!!!!
...per le altre 6 a voi la scelta.
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porte di pietra - 07 - krom
tratto da:
http://krom-runner.blogspot.com/2007/10/porte-di-pietra-2007.html
Già ventiquattro ore dopo resta la convinzione di non avere fatto nessun impresa.non fraintendete, pensate: l'impresa presuppone un evento irripetibile e straordinario, frutto di lavoro, certo, ma anche di condizioni ambientali ideali. E invece no, niente di eccezionale. poteva non essere scontato alla vigilia, ma, alla fine, i conti tornano con ciò che sono e ciò che ho fatto in allenamento. né più né meno.durante tutta la gara non ho ceduto di un attimo, non un secondo ho pensato di essere al limite, non un secondo ho pensato di essere un pazzo, mai ho pensato al ritiro.questa è la cosa che più mi ha stupito. giungere al 53°km, sentirsi dire "ancora 15km" e pensare di avercela fatta. e chiedermi se era davvero così incredibile pensarsi ultra. e piangere leggendo un messaggio di barbara che mi incitava...[...]ma andiamo con ordine.la val borbera è incantevole, selvaggia, costellata di villaggi e paeselli piccoli, con poche strade, tantissimi boschi che iniziano a colorarsi d'autunno. in autunno ci siamo già, non serve il calendario per scoprirlo, il cielo è triste, i colori resi slavati dalla pioggia, pare triste un po' tutto qui.non è triste il ritrovo dell'organizzazione, gli "orsi" sono pimpanti, appassionati del trail fino al midollo, e subito si entra in sintonia, tra tutti i partecipanti e loro, checco, fulvio, il colonnello (che non è orso, manco per metafora) e gli altri di cui non so i nomi. controllo dello zaino, pettorale, briefing personalizzato (prodigi di viaggiare assieme ad un quasi top :) ), facciamo due passi in attesa della cena, fuori fa freddino, c'è un vento...la cena è breve, ma c'è il tempo per ridere e divertirsi per i "discorsi" del colonnello, non possiamo deludere quest'uomo! dico a Francesco, addirittura si improvvisano alcuni ballerini/e sulle note di disco dei 70. mentre noi ci si prepara per l'indomani e la notte.infatti si dorme qui nella palestra... ma tra pernacchie, agitazione, scomodità della branda, rumori dei ragazzini fuori, gente che va e viene dal bagno, la pioggia fuori... insomma sono nervoso e dormo poche ore.arrivano le tre, sveglia, musica in sottofondo (cos'è? boh, roba da new age pare O_o), colazione offerta (c'è da mangiare a stufo), ultimi preparativi e via vestizione: salomon d'ordinanza (grip ormai logoro, ma comodità assoluta e imbattibile), pantaloni a 3/4, maglietta maniche lunghe aderente. niente impermeabile, niente micropile: il ragionamento è che il sole arrivi (come le previsioni avvertono) e spazzi via umidità e nuvole. povero illuso! zaino, lascio in borsa i bastoncini: Massa mi consiglia, se sei abituato prendili, altrimenti non sono necessari, bene un peso in meno.fuori nel piazzale, freddo, buio e pioggia, fine, ma rompipalle, vabbé dai non è la fine del mondo, parti solo per un ultra... :Pfumogeni, l'ultimo incitamento del colonnello, via. giro largo in paese per sgranare il gruppo, prime salitelle, discese. tutti parlano con i compagni come per dimenticare un po' quello che stiamo per fare.il superamento della passerella in legno. in fila indiana, scivolosa, ma ben illuminata da un generatore, ci si arrampica subito su un sentiero sdrucciolevole attrezzato. il serpente dei trailer si muove con difficoltà, la salita è irta, il terreno è uno scivolo, difficile prestare attenzione ai piedi e assieme ai segnali: si segue chi è davanti. capita che andiamo fuori percorso come un gregge di pecore e si ritorni indietro per ritrovare i segni.capita anche che resti indietro dal gruppetto perché non ci veda comunque una cippa e il legaccio della salomon si sia allentato per l'attrito del fango e mi scappa la pipi. è già passata un'ora. e sono già solo. e c'è buio pesto e c'è la nebbia. ogni 50 mt c'è un segnale se non lo trovate significa che avete sbagliato, avanzo con cautela, per fortuna che qui mi pare di essere su una strada forestale. qualche km e poi vedo il primo check point. con un bel faro che mi fa capire di essere ancora sulla terra, sistema solare.di nuovo buio e di nuovo nebbia. forte. e piove. arrivo brancolando in uno spiazzo che non ha sbocco, poi una luce di qua! è Fulvio Massa, corricchia con me, mi chiede come è andata che il tratto fatto era il più pericoloso. mi raggiunge una ragazza, è veronique un'amica della campionessa corinne favre anch'essa presente. non so una parola in francese, lei almeno qualcuna in italiano e ci si scambia qualche battuta. ci sosteniamo quando ci pare di non avere più visto bandierine e insieme sbuchiamo nell'alba più livida, ma anche più attesa. e assieme corriamo veloci su saliscendi, un checkpoint con acqua, dove mi cambio la maglia inzuppata e via. salite e discese si alternano in bellissimi boschi di faggio, noccioli, querce e castagni. con la nebbia intrappolata a banchi. il sole da l'impressione di sbattersene di un centinaio di pazzi, veronique dice che si ritirerà a metà, che senza sole non le va di continuare, che è il suo debutto sull'ultra (anche il mio sigh!) , che corinne le aveva detto che era facile. ora, sarà uno stereotipo anche logoro, ma una francese che ti dice "ecco qui la t-R-accia", beh, un po' di effetto lo fa e un po' mi dispiace che voglia restare indietro... pensieri in liberta all'approssimarsi dei 30km. :)intanto i colli brulli di pascoli si alternano a stupendi boschi silenziosi e scuri dove il tuo respiro e il martellante ritmo del cuore paiono fragorosi e assordanti. veronique dice di andare che lei tra poco si fermerà. è il monte antone? boh! bella discesa veloce e poi vedo il ristoro delle capanne di carrega.bene, la prima parte è conclusa. viene il difficile, le cime più alte, le salite più lunghe. mi pesano, questi pascoli a perdita d'occhio, crinale tra le province di genova, piacenza e alessandria. mucche stranite, e mastodontiche, mi guardano perplesse mentre cerco di non perdere il passo. tra il 40 e il 50km mi aspetto che venga la mia crisi. invece no, forse vorrei che venisse, una scusa per ritirarmi. no, il corpo ordina al cervello di proseguire: non è il caso di inventarsi niente, stupido cervello, dice lo stomaco. non mancano millanta km e faccio due conti sull'acqua che ho bevuto. ha senso portarsi dietro 1,5kg di ormai inutile liquido? no. scarico quasi tutto per terra. e si parte per l'ultim decisiva e imponente salita, il monte Ebbro (1700m) anche qui spoglio, con pascoli e arbusti profumati, timo pare, se avessi tempo guarderei meglio. la salita impone concentrazione. credevo dovesse durare di più. alla croce due secondi di recupero fiato. poi giù a tuffo in un bel pratone con ciuffi pettinati. bosco con fango nervosetto. rifugio orsi ultima stazione di acqua. due salite non importanti e poi discesa. nel bosco c'è da alzare gli occhi i cambi di direzione sono numerosi e solo per poco non imbocco una strada sbagliata. fuori dal bosco si impone l'ultima e definitiva salita, il giarolo. c'è un nebbione forte e la salita è lunga, ma non ripida. vorrei correre, ma inizio ad essere stanco, mi spinge il fatto che manchi poco. arrivo in cima dove stazionano diverse imponenti antenne. inizia il discesone. che affronto a spron battuto. tanta grinta ho in corpo che mi lancerei contro qualunque cosa. sventaglio le leve sul fango. ci sono mille metri di dislivello da fare in 8-9 km. ok per i primi, poi iniziano a rompere, ma non mollo, assolutamente non devo mollare. corro sempre più veloce, sempre più felice, non vedo neppure una deviazione e per 400-500 m non mi accorgo di essere su una strada sbagliata. non devo essere stato l'unico, la gente del posto vedendomi alterato - visibilmente incazzato - dice è giusta, è giusta, sono passati altri prima di te. già :PPPpppPPP, sbuco sulla provinciale 2km a monte di cantalupo...bestemmie. ma non resta altro che darci dentro sull'asfalto. sembra facile, ma le gambe, dopo una discesa così sono di marmo e per quanto mi sforzi vado pianissimo. vedo il campanile, poi il cartello, poi la mongolfiera dell'arrivo... ci sono!!!!e non mi importa se quei tre o quattro che avevo superato sono già lì che mi aspettano. :Psporco e sorridente stringo le mani a tutti quelli che mi si parano davanti, persino a Marco Olmo, intimidito e perplesso da tanta veemenza. bevo. mangio, doccia, due parole con veronique che ritrovo al bar che si tracanna una birra. la imito. la voglia di birra (anche se è una squallida moretti d'ordinanza) il desiderio più "folle" che provo in gara e allenamento. e va giù che è un piacere. nonostante sia tutt'altro che buona :) sono felice. perché mi pare che sia bastato poco per ottenere questa felicità e non vedo l'ora di parlarne, di condividere, di scrivere questo blog, di essere prolisso all'infinito e stufarvi e mettere alla prova la vostra resistenza di lettori (ultralettori, esiste?).ora il cro? prima avrei detto che ci avrei pensato. ora, no. sono convinto.un grazie agli orsi che hanno allestito una gara come solo degli appassionati sanno fare dimostrando anche una notevole capacità gestionale. complimenti!
http://krom-runner.blogspot.com/2007/10/porte-di-pietra-2007.html
Già ventiquattro ore dopo resta la convinzione di non avere fatto nessun impresa.non fraintendete, pensate: l'impresa presuppone un evento irripetibile e straordinario, frutto di lavoro, certo, ma anche di condizioni ambientali ideali. E invece no, niente di eccezionale. poteva non essere scontato alla vigilia, ma, alla fine, i conti tornano con ciò che sono e ciò che ho fatto in allenamento. né più né meno.durante tutta la gara non ho ceduto di un attimo, non un secondo ho pensato di essere al limite, non un secondo ho pensato di essere un pazzo, mai ho pensato al ritiro.questa è la cosa che più mi ha stupito. giungere al 53°km, sentirsi dire "ancora 15km" e pensare di avercela fatta. e chiedermi se era davvero così incredibile pensarsi ultra. e piangere leggendo un messaggio di barbara che mi incitava...[...]ma andiamo con ordine.la val borbera è incantevole, selvaggia, costellata di villaggi e paeselli piccoli, con poche strade, tantissimi boschi che iniziano a colorarsi d'autunno. in autunno ci siamo già, non serve il calendario per scoprirlo, il cielo è triste, i colori resi slavati dalla pioggia, pare triste un po' tutto qui.non è triste il ritrovo dell'organizzazione, gli "orsi" sono pimpanti, appassionati del trail fino al midollo, e subito si entra in sintonia, tra tutti i partecipanti e loro, checco, fulvio, il colonnello (che non è orso, manco per metafora) e gli altri di cui non so i nomi. controllo dello zaino, pettorale, briefing personalizzato (prodigi di viaggiare assieme ad un quasi top :) ), facciamo due passi in attesa della cena, fuori fa freddino, c'è un vento...la cena è breve, ma c'è il tempo per ridere e divertirsi per i "discorsi" del colonnello, non possiamo deludere quest'uomo! dico a Francesco, addirittura si improvvisano alcuni ballerini/e sulle note di disco dei 70. mentre noi ci si prepara per l'indomani e la notte.infatti si dorme qui nella palestra... ma tra pernacchie, agitazione, scomodità della branda, rumori dei ragazzini fuori, gente che va e viene dal bagno, la pioggia fuori... insomma sono nervoso e dormo poche ore.arrivano le tre, sveglia, musica in sottofondo (cos'è? boh, roba da new age pare O_o), colazione offerta (c'è da mangiare a stufo), ultimi preparativi e via vestizione: salomon d'ordinanza (grip ormai logoro, ma comodità assoluta e imbattibile), pantaloni a 3/4, maglietta maniche lunghe aderente. niente impermeabile, niente micropile: il ragionamento è che il sole arrivi (come le previsioni avvertono) e spazzi via umidità e nuvole. povero illuso! zaino, lascio in borsa i bastoncini: Massa mi consiglia, se sei abituato prendili, altrimenti non sono necessari, bene un peso in meno.fuori nel piazzale, freddo, buio e pioggia, fine, ma rompipalle, vabbé dai non è la fine del mondo, parti solo per un ultra... :Pfumogeni, l'ultimo incitamento del colonnello, via. giro largo in paese per sgranare il gruppo, prime salitelle, discese. tutti parlano con i compagni come per dimenticare un po' quello che stiamo per fare.il superamento della passerella in legno. in fila indiana, scivolosa, ma ben illuminata da un generatore, ci si arrampica subito su un sentiero sdrucciolevole attrezzato. il serpente dei trailer si muove con difficoltà, la salita è irta, il terreno è uno scivolo, difficile prestare attenzione ai piedi e assieme ai segnali: si segue chi è davanti. capita che andiamo fuori percorso come un gregge di pecore e si ritorni indietro per ritrovare i segni.capita anche che resti indietro dal gruppetto perché non ci veda comunque una cippa e il legaccio della salomon si sia allentato per l'attrito del fango e mi scappa la pipi. è già passata un'ora. e sono già solo. e c'è buio pesto e c'è la nebbia. ogni 50 mt c'è un segnale se non lo trovate significa che avete sbagliato, avanzo con cautela, per fortuna che qui mi pare di essere su una strada forestale. qualche km e poi vedo il primo check point. con un bel faro che mi fa capire di essere ancora sulla terra, sistema solare.di nuovo buio e di nuovo nebbia. forte. e piove. arrivo brancolando in uno spiazzo che non ha sbocco, poi una luce di qua! è Fulvio Massa, corricchia con me, mi chiede come è andata che il tratto fatto era il più pericoloso. mi raggiunge una ragazza, è veronique un'amica della campionessa corinne favre anch'essa presente. non so una parola in francese, lei almeno qualcuna in italiano e ci si scambia qualche battuta. ci sosteniamo quando ci pare di non avere più visto bandierine e insieme sbuchiamo nell'alba più livida, ma anche più attesa. e assieme corriamo veloci su saliscendi, un checkpoint con acqua, dove mi cambio la maglia inzuppata e via. salite e discese si alternano in bellissimi boschi di faggio, noccioli, querce e castagni. con la nebbia intrappolata a banchi. il sole da l'impressione di sbattersene di un centinaio di pazzi, veronique dice che si ritirerà a metà, che senza sole non le va di continuare, che è il suo debutto sull'ultra (anche il mio sigh!) , che corinne le aveva detto che era facile. ora, sarà uno stereotipo anche logoro, ma una francese che ti dice "ecco qui la t-R-accia", beh, un po' di effetto lo fa e un po' mi dispiace che voglia restare indietro... pensieri in liberta all'approssimarsi dei 30km. :)intanto i colli brulli di pascoli si alternano a stupendi boschi silenziosi e scuri dove il tuo respiro e il martellante ritmo del cuore paiono fragorosi e assordanti. veronique dice di andare che lei tra poco si fermerà. è il monte antone? boh! bella discesa veloce e poi vedo il ristoro delle capanne di carrega.bene, la prima parte è conclusa. viene il difficile, le cime più alte, le salite più lunghe. mi pesano, questi pascoli a perdita d'occhio, crinale tra le province di genova, piacenza e alessandria. mucche stranite, e mastodontiche, mi guardano perplesse mentre cerco di non perdere il passo. tra il 40 e il 50km mi aspetto che venga la mia crisi. invece no, forse vorrei che venisse, una scusa per ritirarmi. no, il corpo ordina al cervello di proseguire: non è il caso di inventarsi niente, stupido cervello, dice lo stomaco. non mancano millanta km e faccio due conti sull'acqua che ho bevuto. ha senso portarsi dietro 1,5kg di ormai inutile liquido? no. scarico quasi tutto per terra. e si parte per l'ultim decisiva e imponente salita, il monte Ebbro (1700m) anche qui spoglio, con pascoli e arbusti profumati, timo pare, se avessi tempo guarderei meglio. la salita impone concentrazione. credevo dovesse durare di più. alla croce due secondi di recupero fiato. poi giù a tuffo in un bel pratone con ciuffi pettinati. bosco con fango nervosetto. rifugio orsi ultima stazione di acqua. due salite non importanti e poi discesa. nel bosco c'è da alzare gli occhi i cambi di direzione sono numerosi e solo per poco non imbocco una strada sbagliata. fuori dal bosco si impone l'ultima e definitiva salita, il giarolo. c'è un nebbione forte e la salita è lunga, ma non ripida. vorrei correre, ma inizio ad essere stanco, mi spinge il fatto che manchi poco. arrivo in cima dove stazionano diverse imponenti antenne. inizia il discesone. che affronto a spron battuto. tanta grinta ho in corpo che mi lancerei contro qualunque cosa. sventaglio le leve sul fango. ci sono mille metri di dislivello da fare in 8-9 km. ok per i primi, poi iniziano a rompere, ma non mollo, assolutamente non devo mollare. corro sempre più veloce, sempre più felice, non vedo neppure una deviazione e per 400-500 m non mi accorgo di essere su una strada sbagliata. non devo essere stato l'unico, la gente del posto vedendomi alterato - visibilmente incazzato - dice è giusta, è giusta, sono passati altri prima di te. già :PPPpppPPP, sbuco sulla provinciale 2km a monte di cantalupo...bestemmie. ma non resta altro che darci dentro sull'asfalto. sembra facile, ma le gambe, dopo una discesa così sono di marmo e per quanto mi sforzi vado pianissimo. vedo il campanile, poi il cartello, poi la mongolfiera dell'arrivo... ci sono!!!!e non mi importa se quei tre o quattro che avevo superato sono già lì che mi aspettano. :Psporco e sorridente stringo le mani a tutti quelli che mi si parano davanti, persino a Marco Olmo, intimidito e perplesso da tanta veemenza. bevo. mangio, doccia, due parole con veronique che ritrovo al bar che si tracanna una birra. la imito. la voglia di birra (anche se è una squallida moretti d'ordinanza) il desiderio più "folle" che provo in gara e allenamento. e va giù che è un piacere. nonostante sia tutt'altro che buona :) sono felice. perché mi pare che sia bastato poco per ottenere questa felicità e non vedo l'ora di parlarne, di condividere, di scrivere questo blog, di essere prolisso all'infinito e stufarvi e mettere alla prova la vostra resistenza di lettori (ultralettori, esiste?).ora il cro? prima avrei detto che ci avrei pensato. ora, no. sono convinto.un grazie agli orsi che hanno allestito una gara come solo degli appassionati sanno fare dimostrando anche una notevole capacità gestionale. complimenti!
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cro-magnon, un annullamento annunciato – 07 - silvio frattini
tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/Frattini_Cro-Magon-2007.htm
Venerdì mattina, partenza ore 10 da Novara. Io, Roberto e Paolo. Siamo carichi e determinati e passiamo il viaggio a controllare l'equipaggiamento, a guardare le carte, le altimetrie e tutta la documentazione stampata dal sito. La giornata non è un gran chè, ma speriamo in bene.Dopo i vari cambi (Torino e Cuneo), arriviamo a Limone Piemonte dove ci accoglie un'insistente pioggerella. Continuiamo a sperare in bene. Chiamiamo l'albergo per sapere come arrivarci: non è vicino (ad un paio di km), anche se ci eravamo raccomandati con l'agenzia, ma il proprietario, molto cordiale, ci viene a prendere in macchina. Arrivati in albergo, "svacco" totale e ci concediamo un paio d'ore di sonno. Nel dormiveglia, vedo che la pioggia è aumentata: cade molto forte ed è corredata da tuoni. In distanza le cime sono imbiancate...
Alle 17, sveglia e ci prepariamo ad andare a ritirare i pettorali. Dopo un tratto di pedonale, piuttosto fangoso e un po' di pioggia che và e viene, arriviamo al tendone dell'organizzazione in centro paese. Qui ci aspetta una coda allucinante e per la maggior parte all'aperto (mentre si sarebbe potuta sviluppare sotto il tendone, viste le pessime condizioni meteo). La lentezza dell'organizzazione è estenuante, ma il tempo passa nel guardare gli altri concorrenti e scambiare pareri ed esperienze. Vediamo il solito Olmo, sempre sorridente e pronto all'ennesima vittoria. Qua e là alcuni volti conosciuti (tra cui il medico Trabucchi).Ritiriamo alla fine il pacco gara con pettorale, chip da polso (è la prima volta che mi capita), spille, roadbook, canonica t-shirt di partecipazione, qualche genere alimentare (tra cui due ottime barrette di Parmigiano Reggiano!!!).Il pasta party comincerà alle 19.15, ma vista la lentezza (ed il freddo), dato che manca più di mezzora, cerchiamo una pizzeria e ci facciamo tre pizze al prosciutto e tre birre medie: l'indomani ci servirà questo, ed altro!Dopo la pizza, subito in albergo a preparare l'equipaggiamento per dormire presto. L'attività è frenetica: prepariamo le razioni alimentari a base di parmigiano a cubetti e frutta disidratata. Controlliamo l'abbigliamento, suddiviso in quello che metteremo l'indomani, quello che spediremo come cambio a l'Authion (a metà percorso) e quello che manderemo direttamente a Cap d'Ail. Dopo vari ripensamenti e confronti tra noi, alle 22 si dorme. Sveglia alle 3.15!Naturalmente, come da copione, la sveglia non suona, ma il nostro sonno leggero ci permette di vedere che sono le 3.18. Ci alziamo e fervono i preparativi: sta piovendo, e forte. Proteggiamo tutto il possibile con sacchetti di plastica. Alle 3.30 la colazione. Scendiamo nel salone dell'albergo e a malapena troviamo un posto dove sederci (ci sono almeno una cinquantina di persone!). Di fianco a noi un gruppo di spagnoli, poco più in là dei francesi, poi un gruppo numeroso di Modena.Torniamo in camera: pausa bagno e ultimi preparativi. Nella fretta, Roberto chiude male la sacca d'acqua del camel back e bagna il letto. Momento di panico al pensiero che la sacca potrebbe essere forata, ma poi scopriamo che era solo il coperchio messo male. Scendiamo e il proprietario ci dà un passaggio in macchina fino alla partenza, per risparmiarci un po' di pioggia. Arriviamo sul posto e la confusione regna sovrana: come fantasmi nella notte i concorrenti vagano da una tettoia all'altra, chiedendosi cosa devono fare, cercando riparo dall'acqua e scambiando due chiacchiere con gli altri. All'altoparlante Pietro, l'organizzatore, dice qualcosa, in italiano o francese, ma le sue parole si perdono nel buio. Capiamo dopo un po' che ci sono i due furgoni su cui caricare le borse per metà gara e Cap d'Ail e li cerchiamo insieme ad un gran numero di altre persone, tutte preoccupate di non farcela o di sbagliare furgone. Chiediamo più volte al personale la destinazione, per essere sicuri di scegliere quello corretto. Un passaparola ci dice poi che il chip va attivato e ci indicano un garage buio dove una sedicente ragazza dell'organizzazione (rigorosamente senza alcun segno di riconoscimento), passa sul sensore uno strano apparecchio che non fa nè suoni nè luci per segnalare l'attivazione. Spero funzioni. Perdo Roberto (Paolo l'avevo già perso, ma tanto l'avrei comunque perso al via). Mi metto sotto la pioggia assieme a tutti gli altri attendendo la partenza. Qualcuno ha acceso la frontale, ma mi sembra che diano più fastidio che altro. Dopotutto sta per albeggiare! Alle 5.18 il conto alla rovescia, in francese ci da il via. Non ci sono spari e quindi nessuno, a parte uno sparuto gruppo, capeggiato da Olmo (e in cui c'è anche Paolo), si mette a correre. Ci guardiamo intorno, sotto l'acqua battente, un po' disorientati, e partiamo, a passo spedito, ma non correndo: non ce n'è bisogno e ne avremo tutto il tempo. La prima parte, in leggera salita, è molto fangosa e le scarpe, seppur adatte al trail, non ce la fanno. Ringrazio di avere con me i bastoncini che mi sorreggono e con cui riesco a dare una spinta discreta. Andiamo avanti così per un po', in silenzio o scambiando qualche battuta (tra cui la solita: manca molto all'arrivo?). Saliamo lungo strade sterrate, e poi entriamo nel bosco. A questo punto comincia un fastidioso su e giù, reso difficile dal buio e con alcune discese in cui è più facile scivolare che correre. Ancora una volta ringrazio i bastoncini.Dopo un po' si comincia a fare sul serio e arriviamo alle seggiovie a 1500 m. Si incomincia a vedere qui e là della neve. Saliamo in maniera più decisa, lungo il sentiero, ed a poco a poco la neve, da una spolverata tipo zucchero a velo sulla torta, diventa una presenza insistente ed a 2000 m supera i dieci centimetri.Da un po' la pioggia si è trasformata in nevischio e un vento forte ci tormenta. La fila degli atleti è l'unico tocco di colore in un paesaggio dove il bianco la fà da padrone e dove cielo e terra si fondono in un'unica essenza. Mi fermo ad aspettare Roberto che è rimasto un po' indietro. Saliamo insieme ed il freddo si fa sempre più pungente. Ho sempre avuto problemi alle mani con le basse temperature ed i guanti fradici d'acqua ed il vento gelido certo non aiutano. Arriviamo al culmine della salita e cominciano alcuni pezzi in piano o leggera discesa, dove si può correre. Perdo quasi subito Roberto. La visibilità è ridotta a poche decine di metri. Ormai la neve scende copiosa, favorita da un vento teso e molto freddo. Comincio a non sentire più le dita delle mani. Non riesco a stringere i bastoncini. Tolgo le dita dai guanti e le chiudo a pugno per favorire il riscaldamento, ma in questo modo sono costretto a trascinare i bastoncini che non solo diventano inutili, ma rischiano anche di farmi inciampare. Corro più che altro per scaldarmi (i piedi sono fradici e scivolano nelle scarpe). Sorpasso un paio di concorrenti, ed altri mi sorpassano, entrando nella neve fino alle caviglie. Tanto peggio di così... Le dita mi fanno sempre più male, ma corro, sperando di uscire quanto prima da questo ambiente inospitale. Il vento è davvero forte e neve ghiacciata mi tempesta l'unica parte scoperta, la guancia. Corro tenendo una mano alzata a proteggere il viso. Ad un certo punto, preso dallo sconforto, urlo verso il cielo: "che cosa vuoi mandarci ancora?? Non ti sembra abbastanza?". In quel momento un atleta mi sorpassa, probabilmente pensando che sono impazzito. COntinuiamo a perdere quota e quindi spero di uscire presto dalla zona nevosa. Ad un certo punto davanti a me vedo un gruppetto fermo che sta parlando con un tipo con i baffi, vestito pesantemente. Faccio per superarli ma il tipo mi ferma dicendo: "la gara è annulata!". "ANNULLATA!!!?" mi viene sul subito una parolaccia: ho sofferto fino ad ora per nulla? Poi sento che una ragazza più indietro è andata in ipotermia e le guide stanno andando a prenderla. In quel punto ci sono -4 °C, ma siamo già scesi un po'. Comincio a correre, e non per fare chissà che cosa: solo per uscire dalla zona fredda. Finalmente la neve cede di nuovo il passo al fango. Mi fermo e tolgo i guanti, con la bocca, perchè le dita non rispondono. Le succhio cercando di dare loro tepore. Funziona poco, quindi mi fermo e metto le mani sotto le ascelle. Dopo qualche minuto, il sangue ricomincia a scorrere, e mi viene da urlare per il male. Poco alla volta la sensibilità torna. Nel frattempo continuo a scendere, solo. I bastoncini sono d'impaccio. Dopo un po' mi accorgo anche che i guanti che credevo di stringere nella mano sinistra, non ci sono più. Li ho persi. Stramaledico il freddo e continuo a scendere. A questo punto me la prendo comoda: telefono a Elisa e chiamo un paio di amici. Raggiungo quindi l'asfalto e dopo circa un'ora sono al tendone dove tutti gli atleti, poco alla volta, stanno tornando. Tutti sono fradici ed infreddoliti, ma, a parte qualcuno, nessuno ha da cambairsi perchè le borse sono andate a Cap d'Ail o a l'Authion. L'organizzazione dirama comunicati bilingue incomprensibili e si prodiga con thè caldo e frutta secca. Molti usano le coperte in alluminio per scaldarsi. Scopriamo che il furgone di Cap d'Ail è già a destinazione e non tornerà prima di un'ora, mentre il secondo non si riesce a raggiungere telefonicamente. Aspettiamo. Battiamo i denti, beviamo thè ed aspettiamo. Quando il furgone arriva c'è un assalto per recuperare la propria borsa e i vestiti asciutti. Finalmente stiamo meglio! Nel frattempo è uscito anche il sole e quindi togliamo il disturbo dal tendone ed usciamo a riscaldarci. Il secondo furgone arriverà dopo un'altra ora. Lo aspettiamo con ansia per poter correre in stazione a prendere il treno per casa. E poi, finalmente, recuperiamo le borse; una corsa in stazione e prendiamo il convoglio delle 12.18. Si va a casa, un po' amareggiati, un po' delusi, un po' tristi.QUalche considerazione, senza cadere in polemiche: l'organizzazione non si è certo dimostrata all'altezza di una gara internazionale come questa, anzi ha dato l'impressione quasi di un fai da te, non molto consolidato. Mi rendo conto che dire al mattino alle 4 a 500 atleti che la gara era annullata non era un compito facile, ma farci partire con il miraggio di un'improbabile miglioramento delle condizioni meteo non è stata una scelta azzeccata. Aggiungiamo poi che non c'è stato alcun controllo dell'attrezzatura obbligatoria ed alcuni sono partiti addirittura in poncho, pantaloncini e senza guanti! Per finire, sicuramente la gestione dell'emergenza non è stata ottimale: la ragazza in ipotermia è stata soccorsa dai compagni di gara e non era prevista alcuna via di fuga per questa eventualità. Se tutto fosse succeso più avanti, dove non c'erano strade vicine, come si sarebbe risolto?Un'esperienza da ripetere? Sì, sperando che anche l'organizzazione prenda spunto da questo mezzo fallimento per migliorare. Ci faranno uno sconto al prossimo anno?Speriamo di sì, anche perchè l'amaro che ci è rimasto in bocca ci costringe a riprovarci!
http://www.novararunning.it/racconti/Frattini_Cro-Magon-2007.htm
Venerdì mattina, partenza ore 10 da Novara. Io, Roberto e Paolo. Siamo carichi e determinati e passiamo il viaggio a controllare l'equipaggiamento, a guardare le carte, le altimetrie e tutta la documentazione stampata dal sito. La giornata non è un gran chè, ma speriamo in bene.Dopo i vari cambi (Torino e Cuneo), arriviamo a Limone Piemonte dove ci accoglie un'insistente pioggerella. Continuiamo a sperare in bene. Chiamiamo l'albergo per sapere come arrivarci: non è vicino (ad un paio di km), anche se ci eravamo raccomandati con l'agenzia, ma il proprietario, molto cordiale, ci viene a prendere in macchina. Arrivati in albergo, "svacco" totale e ci concediamo un paio d'ore di sonno. Nel dormiveglia, vedo che la pioggia è aumentata: cade molto forte ed è corredata da tuoni. In distanza le cime sono imbiancate...
Alle 17, sveglia e ci prepariamo ad andare a ritirare i pettorali. Dopo un tratto di pedonale, piuttosto fangoso e un po' di pioggia che và e viene, arriviamo al tendone dell'organizzazione in centro paese. Qui ci aspetta una coda allucinante e per la maggior parte all'aperto (mentre si sarebbe potuta sviluppare sotto il tendone, viste le pessime condizioni meteo). La lentezza dell'organizzazione è estenuante, ma il tempo passa nel guardare gli altri concorrenti e scambiare pareri ed esperienze. Vediamo il solito Olmo, sempre sorridente e pronto all'ennesima vittoria. Qua e là alcuni volti conosciuti (tra cui il medico Trabucchi).Ritiriamo alla fine il pacco gara con pettorale, chip da polso (è la prima volta che mi capita), spille, roadbook, canonica t-shirt di partecipazione, qualche genere alimentare (tra cui due ottime barrette di Parmigiano Reggiano!!!).Il pasta party comincerà alle 19.15, ma vista la lentezza (ed il freddo), dato che manca più di mezzora, cerchiamo una pizzeria e ci facciamo tre pizze al prosciutto e tre birre medie: l'indomani ci servirà questo, ed altro!Dopo la pizza, subito in albergo a preparare l'equipaggiamento per dormire presto. L'attività è frenetica: prepariamo le razioni alimentari a base di parmigiano a cubetti e frutta disidratata. Controlliamo l'abbigliamento, suddiviso in quello che metteremo l'indomani, quello che spediremo come cambio a l'Authion (a metà percorso) e quello che manderemo direttamente a Cap d'Ail. Dopo vari ripensamenti e confronti tra noi, alle 22 si dorme. Sveglia alle 3.15!Naturalmente, come da copione, la sveglia non suona, ma il nostro sonno leggero ci permette di vedere che sono le 3.18. Ci alziamo e fervono i preparativi: sta piovendo, e forte. Proteggiamo tutto il possibile con sacchetti di plastica. Alle 3.30 la colazione. Scendiamo nel salone dell'albergo e a malapena troviamo un posto dove sederci (ci sono almeno una cinquantina di persone!). Di fianco a noi un gruppo di spagnoli, poco più in là dei francesi, poi un gruppo numeroso di Modena.Torniamo in camera: pausa bagno e ultimi preparativi. Nella fretta, Roberto chiude male la sacca d'acqua del camel back e bagna il letto. Momento di panico al pensiero che la sacca potrebbe essere forata, ma poi scopriamo che era solo il coperchio messo male. Scendiamo e il proprietario ci dà un passaggio in macchina fino alla partenza, per risparmiarci un po' di pioggia. Arriviamo sul posto e la confusione regna sovrana: come fantasmi nella notte i concorrenti vagano da una tettoia all'altra, chiedendosi cosa devono fare, cercando riparo dall'acqua e scambiando due chiacchiere con gli altri. All'altoparlante Pietro, l'organizzatore, dice qualcosa, in italiano o francese, ma le sue parole si perdono nel buio. Capiamo dopo un po' che ci sono i due furgoni su cui caricare le borse per metà gara e Cap d'Ail e li cerchiamo insieme ad un gran numero di altre persone, tutte preoccupate di non farcela o di sbagliare furgone. Chiediamo più volte al personale la destinazione, per essere sicuri di scegliere quello corretto. Un passaparola ci dice poi che il chip va attivato e ci indicano un garage buio dove una sedicente ragazza dell'organizzazione (rigorosamente senza alcun segno di riconoscimento), passa sul sensore uno strano apparecchio che non fa nè suoni nè luci per segnalare l'attivazione. Spero funzioni. Perdo Roberto (Paolo l'avevo già perso, ma tanto l'avrei comunque perso al via). Mi metto sotto la pioggia assieme a tutti gli altri attendendo la partenza. Qualcuno ha acceso la frontale, ma mi sembra che diano più fastidio che altro. Dopotutto sta per albeggiare! Alle 5.18 il conto alla rovescia, in francese ci da il via. Non ci sono spari e quindi nessuno, a parte uno sparuto gruppo, capeggiato da Olmo (e in cui c'è anche Paolo), si mette a correre. Ci guardiamo intorno, sotto l'acqua battente, un po' disorientati, e partiamo, a passo spedito, ma non correndo: non ce n'è bisogno e ne avremo tutto il tempo. La prima parte, in leggera salita, è molto fangosa e le scarpe, seppur adatte al trail, non ce la fanno. Ringrazio di avere con me i bastoncini che mi sorreggono e con cui riesco a dare una spinta discreta. Andiamo avanti così per un po', in silenzio o scambiando qualche battuta (tra cui la solita: manca molto all'arrivo?). Saliamo lungo strade sterrate, e poi entriamo nel bosco. A questo punto comincia un fastidioso su e giù, reso difficile dal buio e con alcune discese in cui è più facile scivolare che correre. Ancora una volta ringrazio i bastoncini.Dopo un po' si comincia a fare sul serio e arriviamo alle seggiovie a 1500 m. Si incomincia a vedere qui e là della neve. Saliamo in maniera più decisa, lungo il sentiero, ed a poco a poco la neve, da una spolverata tipo zucchero a velo sulla torta, diventa una presenza insistente ed a 2000 m supera i dieci centimetri.Da un po' la pioggia si è trasformata in nevischio e un vento forte ci tormenta. La fila degli atleti è l'unico tocco di colore in un paesaggio dove il bianco la fà da padrone e dove cielo e terra si fondono in un'unica essenza. Mi fermo ad aspettare Roberto che è rimasto un po' indietro. Saliamo insieme ed il freddo si fa sempre più pungente. Ho sempre avuto problemi alle mani con le basse temperature ed i guanti fradici d'acqua ed il vento gelido certo non aiutano. Arriviamo al culmine della salita e cominciano alcuni pezzi in piano o leggera discesa, dove si può correre. Perdo quasi subito Roberto. La visibilità è ridotta a poche decine di metri. Ormai la neve scende copiosa, favorita da un vento teso e molto freddo. Comincio a non sentire più le dita delle mani. Non riesco a stringere i bastoncini. Tolgo le dita dai guanti e le chiudo a pugno per favorire il riscaldamento, ma in questo modo sono costretto a trascinare i bastoncini che non solo diventano inutili, ma rischiano anche di farmi inciampare. Corro più che altro per scaldarmi (i piedi sono fradici e scivolano nelle scarpe). Sorpasso un paio di concorrenti, ed altri mi sorpassano, entrando nella neve fino alle caviglie. Tanto peggio di così... Le dita mi fanno sempre più male, ma corro, sperando di uscire quanto prima da questo ambiente inospitale. Il vento è davvero forte e neve ghiacciata mi tempesta l'unica parte scoperta, la guancia. Corro tenendo una mano alzata a proteggere il viso. Ad un certo punto, preso dallo sconforto, urlo verso il cielo: "che cosa vuoi mandarci ancora?? Non ti sembra abbastanza?". In quel momento un atleta mi sorpassa, probabilmente pensando che sono impazzito. COntinuiamo a perdere quota e quindi spero di uscire presto dalla zona nevosa. Ad un certo punto davanti a me vedo un gruppetto fermo che sta parlando con un tipo con i baffi, vestito pesantemente. Faccio per superarli ma il tipo mi ferma dicendo: "la gara è annulata!". "ANNULLATA!!!?" mi viene sul subito una parolaccia: ho sofferto fino ad ora per nulla? Poi sento che una ragazza più indietro è andata in ipotermia e le guide stanno andando a prenderla. In quel punto ci sono -4 °C, ma siamo già scesi un po'. Comincio a correre, e non per fare chissà che cosa: solo per uscire dalla zona fredda. Finalmente la neve cede di nuovo il passo al fango. Mi fermo e tolgo i guanti, con la bocca, perchè le dita non rispondono. Le succhio cercando di dare loro tepore. Funziona poco, quindi mi fermo e metto le mani sotto le ascelle. Dopo qualche minuto, il sangue ricomincia a scorrere, e mi viene da urlare per il male. Poco alla volta la sensibilità torna. Nel frattempo continuo a scendere, solo. I bastoncini sono d'impaccio. Dopo un po' mi accorgo anche che i guanti che credevo di stringere nella mano sinistra, non ci sono più. Li ho persi. Stramaledico il freddo e continuo a scendere. A questo punto me la prendo comoda: telefono a Elisa e chiamo un paio di amici. Raggiungo quindi l'asfalto e dopo circa un'ora sono al tendone dove tutti gli atleti, poco alla volta, stanno tornando. Tutti sono fradici ed infreddoliti, ma, a parte qualcuno, nessuno ha da cambairsi perchè le borse sono andate a Cap d'Ail o a l'Authion. L'organizzazione dirama comunicati bilingue incomprensibili e si prodiga con thè caldo e frutta secca. Molti usano le coperte in alluminio per scaldarsi. Scopriamo che il furgone di Cap d'Ail è già a destinazione e non tornerà prima di un'ora, mentre il secondo non si riesce a raggiungere telefonicamente. Aspettiamo. Battiamo i denti, beviamo thè ed aspettiamo. Quando il furgone arriva c'è un assalto per recuperare la propria borsa e i vestiti asciutti. Finalmente stiamo meglio! Nel frattempo è uscito anche il sole e quindi togliamo il disturbo dal tendone ed usciamo a riscaldarci. Il secondo furgone arriverà dopo un'altra ora. Lo aspettiamo con ansia per poter correre in stazione a prendere il treno per casa. E poi, finalmente, recuperiamo le borse; una corsa in stazione e prendiamo il convoglio delle 12.18. Si va a casa, un po' amareggiati, un po' delusi, un po' tristi.QUalche considerazione, senza cadere in polemiche: l'organizzazione non si è certo dimostrata all'altezza di una gara internazionale come questa, anzi ha dato l'impressione quasi di un fai da te, non molto consolidato. Mi rendo conto che dire al mattino alle 4 a 500 atleti che la gara era annullata non era un compito facile, ma farci partire con il miraggio di un'improbabile miglioramento delle condizioni meteo non è stata una scelta azzeccata. Aggiungiamo poi che non c'è stato alcun controllo dell'attrezzatura obbligatoria ed alcuni sono partiti addirittura in poncho, pantaloncini e senza guanti! Per finire, sicuramente la gestione dell'emergenza non è stata ottimale: la ragazza in ipotermia è stata soccorsa dai compagni di gara e non era prevista alcuna via di fuga per questa eventualità. Se tutto fosse succeso più avanti, dove non c'erano strade vicine, come si sarebbe risolto?Un'esperienza da ripetere? Sì, sperando che anche l'organizzazione prenda spunto da questo mezzo fallimento per migliorare. Ci faranno uno sconto al prossimo anno?Speriamo di sì, anche perchè l'amaro che ci è rimasto in bocca ci costringe a riprovarci!
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la magia di un trail: un'esperienza che fa bene all'anima. un trail può essere di 70, 100 o 160 km, ma si soffre sempre - ornella gabrielli
tratto da:
http://www.adrenalinechannel.it/show/34.html
La sofferenza è come una nuvola, che viene, ti toglie un pò di sole e poi se ne va. E tu lo sai: l’aspetti, la vivi, stringi i denti… e vai! Che tu corra o che cammini, stai andando dove ti porta il cuore, con le gambe come ruote e la testa come motore… Il corpo è la tua macchina da corsa e più l’hai abituato ad andare, più ti porta lontano. Dopo mesi di preparazione hai anche imparato ad usare il carburante giusto e a dosarlo perché duri di più. Il vero segreto è proprio nell’esperienza che insegna, tempra e rende ancor più resistenti alla sofferenza. Orologi, cronometri, altimetri possono (non necessariamente devono) diventare oggetti superflui, perché il duro allenamento ti ha già insegnato a scandire il tempo. Tutti i dati sono già memorizzati dentro di te e sai già "come" e "a quanto" vai, ma non sempre "dove" vai, perché nel trail è facile smarrire la retta via e perdersi in una selva oscura (non male se si è in bella compagnia…). Come nella vita, perdersi per poi ritrovarsi.Nei trail è più facile incontrarsi con qualcuno che rimanere soli e se il nuovo amico diventa un pò pesante, solo una sosta ai box, un pò più breve della sua, può salvarti.Un incoraggiamento a un compagno in difficoltà fa più effetto del doping, una caramella offerta può dare la carica, una pastiglia “di niente” può far passare un dolore, un pezzo di pane può far nascere un’amicizia… ma anche un sorriso può fare miracoli!Non c’è sempre il sole. Spesso acqua, fango, freddo, vento… o la notte con il sonno… vengono a conoscerti e lì stà a te decidere come incontrarli: se dominarli oppure ignorarli!Ogni tanto ci si mette pure la sfortuna! Lo zaino che si rompe poco prima della partenza, la pila che si spegne nel bel mezzo della notte, il camelback che perde, lo stomaco che va in aceto… Piccole cose che potrebbero renderti tutto più difficile, ma non c’è mai da disperarsi; e se da solo non te la saprai cavare, quando meno te l’aspetti, c’è sempre un “angelo” che ti viene ad aiutare…Alla fine arrivi: gambe che urlano vendetta, ginocchia che scricchiolano, piedi in grave stato di decomposizione… ma sei felice! Una pacca sulla spalla, i racconti, gli incontri, i sorrisi dati e quelli ricevuti, una doccia, un massaggio…: a quando il prossimo trail?Il trail è un pò la metafora della vita: più t’impegni nelle cose che fai e più ottieni, più è grande la sofferenza che hai vissuto e più è bella la gioia che ne segue, più doni amore e più ne ricevi...E' però nella natura che ci circonda che si nasconde la vera magia del trail: è questo respirarla in piena libertà per ore e ore che ci fa stare bene e ci fa sentire vivi!Vorrei aggiungere una riflessione, un pò cruda ma bella che mi è stata inviata da un amico: "Quando correndo arrivo al punto che tutto mi fa schifo (correre mi fa schifo, fare ancora fatica mi fa schifo, anche il solo aspettare sera mi fa schifo…), mi fermo un attimo e guardo indietro ai momenti bui, dolorosi o anche solo faticosi della mia esistenza; stati d’animo che in quel momento, avrei voluto non vivere (tanto mi facevano schifo!).Guardandoli ora, mi rendo invece conto che anche quei giorni erano vita… e che vita!Quanto ho imparato, vissuto, quanto sono cresciuto in quei momenti! L’unico rammarico è che allora non ho saputo assaporarli, viverli come dovevo, in profondità e consapevolezza.In quei frangenti (quando tutto mi fa schifo), mi dico: Ehi fratello, la vita è già troppo breve per perderne anche solo un attimo, troppo bella per non essere accettata. Prendo allora con me tutta la mia stanchezza, rientro in me stesso e spesso vado ancora più forte!".Alcune emozioni qui descritte le ho rubate dalle labbra e dai pensieri della gente che ho incontrato prima, durante e dopo la gara. E’ proprio vero… giornate così riempono il cuore!
http://www.adrenalinechannel.it/show/34.html
La sofferenza è come una nuvola, che viene, ti toglie un pò di sole e poi se ne va. E tu lo sai: l’aspetti, la vivi, stringi i denti… e vai! Che tu corra o che cammini, stai andando dove ti porta il cuore, con le gambe come ruote e la testa come motore… Il corpo è la tua macchina da corsa e più l’hai abituato ad andare, più ti porta lontano. Dopo mesi di preparazione hai anche imparato ad usare il carburante giusto e a dosarlo perché duri di più. Il vero segreto è proprio nell’esperienza che insegna, tempra e rende ancor più resistenti alla sofferenza. Orologi, cronometri, altimetri possono (non necessariamente devono) diventare oggetti superflui, perché il duro allenamento ti ha già insegnato a scandire il tempo. Tutti i dati sono già memorizzati dentro di te e sai già "come" e "a quanto" vai, ma non sempre "dove" vai, perché nel trail è facile smarrire la retta via e perdersi in una selva oscura (non male se si è in bella compagnia…). Come nella vita, perdersi per poi ritrovarsi.Nei trail è più facile incontrarsi con qualcuno che rimanere soli e se il nuovo amico diventa un pò pesante, solo una sosta ai box, un pò più breve della sua, può salvarti.Un incoraggiamento a un compagno in difficoltà fa più effetto del doping, una caramella offerta può dare la carica, una pastiglia “di niente” può far passare un dolore, un pezzo di pane può far nascere un’amicizia… ma anche un sorriso può fare miracoli!Non c’è sempre il sole. Spesso acqua, fango, freddo, vento… o la notte con il sonno… vengono a conoscerti e lì stà a te decidere come incontrarli: se dominarli oppure ignorarli!Ogni tanto ci si mette pure la sfortuna! Lo zaino che si rompe poco prima della partenza, la pila che si spegne nel bel mezzo della notte, il camelback che perde, lo stomaco che va in aceto… Piccole cose che potrebbero renderti tutto più difficile, ma non c’è mai da disperarsi; e se da solo non te la saprai cavare, quando meno te l’aspetti, c’è sempre un “angelo” che ti viene ad aiutare…Alla fine arrivi: gambe che urlano vendetta, ginocchia che scricchiolano, piedi in grave stato di decomposizione… ma sei felice! Una pacca sulla spalla, i racconti, gli incontri, i sorrisi dati e quelli ricevuti, una doccia, un massaggio…: a quando il prossimo trail?Il trail è un pò la metafora della vita: più t’impegni nelle cose che fai e più ottieni, più è grande la sofferenza che hai vissuto e più è bella la gioia che ne segue, più doni amore e più ne ricevi...E' però nella natura che ci circonda che si nasconde la vera magia del trail: è questo respirarla in piena libertà per ore e ore che ci fa stare bene e ci fa sentire vivi!Vorrei aggiungere una riflessione, un pò cruda ma bella che mi è stata inviata da un amico: "Quando correndo arrivo al punto che tutto mi fa schifo (correre mi fa schifo, fare ancora fatica mi fa schifo, anche il solo aspettare sera mi fa schifo…), mi fermo un attimo e guardo indietro ai momenti bui, dolorosi o anche solo faticosi della mia esistenza; stati d’animo che in quel momento, avrei voluto non vivere (tanto mi facevano schifo!).Guardandoli ora, mi rendo invece conto che anche quei giorni erano vita… e che vita!Quanto ho imparato, vissuto, quanto sono cresciuto in quei momenti! L’unico rammarico è che allora non ho saputo assaporarli, viverli come dovevo, in profondità e consapevolezza.In quei frangenti (quando tutto mi fa schifo), mi dico: Ehi fratello, la vita è già troppo breve per perderne anche solo un attimo, troppo bella per non essere accettata. Prendo allora con me tutta la mia stanchezza, rientro in me stesso e spesso vado ancora più forte!".Alcune emozioni qui descritte le ho rubate dalle labbra e dai pensieri della gente che ho incontrato prima, durante e dopo la gara. E’ proprio vero… giornate così riempono il cuore!
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intervista a Monica Casiraghi
tratta da:
http://www.macchianera.it/138/Files/html/il_personaggio.html
Pubblichiamo l'intervista ad un grande personaggio dello sport, la campionessa mondiale di maratona sui 100 km., Monica Casiraghi.Un omaggio a una donna e a un'atleta che ha saputo dare lustro allo sport italiano e a Missaglia suo paese di origine.
Monica, riassumiamo le molte partecipazioni e vittorie...
Quest'anno ho corso undici maratone e ne ho vinte otto, ho vinto quattro 50 km, due gare in montagna in Svizzera di 80 km, il campionato italiano della 100 km Firenze-Faenza, sono arrivata seconda all'europeo a Mosca e prima al mondiale a Taiwan. Nel 2001-2002 sono stata due volte argento e due volte bronzo tra mondiali ed europei; quest'anno l'oro, che da tanto sognavo. Sono arrivata al secondo tempo del mondo (7h 28') sulla 100 km. Mi sarebbe piaciuto migliorare a Taiwan ma era un percorso durissimo, è andata così; al massimo in un anno puoi correre due o tre gare da 100 km.
Come hai iniziato?
Ho sempre corso, dai giochi della gioventù; fino a 20 anni correvo in pista i 400 m e gli 800 m, poi a 22 anni volevo andare a New York per la maratona, mi sono preparata, l'ho corsa in 3h e 10'. Poi quando ho scoperto il mondo dell'ultramaratona sono uscite le mie qualità migliori di gran fondista ed è stata un'escalation fino alla vittoria. Corro le 100 km dal 2000-2001; avevano bisogno di persone per una squadra per il mondiale, ho partecipato ottenendo il record italiano 8h 8', poi 7h 40', poi 7h 39'... mi sono sempre migliorata (ma come me anche le avversarie) fino ad arrivare a 7h e 28'. Mi piacerebbe migliorare ancora, l'anno prossimo devo difendere il titolo, se le avversarie beccano la gara giusta secondo me riescono anche ad arrivare a 7h, 7h 15'. Devi sempre far valere quello che sei, il titolo pesa, non ti puoi permettere leggerezze: mi devo preparare bene. Ho fatto un proposito di correre meno, ma non riesco!
Riesci a conciliare il tuo lavoro con questa attività?
Ho un posto sicuro alla Officina meccanica Dante Villa, i miei datori di lavoro sono bravissimi - anzi sono i miei sponsor. Mi spiacerebbe lasciare il posto di lavoro, anche se correre dopo l'officina non è semplice. D'altronde gli anni passano, verso i 40 anni che fai? Il lavoro comunque limita, ti devi allenare la sera, quando l'allenamento è doppio anche alle 5 di mattina. I dottori della società dicevano: "Va', un'operaia che va a vincere il modiale..."
Che lavoro fanno le tue avversarie?
Atleti professionisti. In Italia non ce ne sono molti.Sei tesa prima di una gara oppure ormai ci hai fatto l'abitudine?Non posso essere tesa perché tutte le domeniche facciamo una gara... sono tesa prima di un evento importante o di un mondiale, soprattutto prima di una 100 km, lungo il percorso sai la fatica che t'aspetta ma non sai cosa può succederti, mal di pancia, eccetera. Ma alla fine sono tranquilla, è una tensione positiva che mi carica. Gareggiare mi piace tantissimo, se non gareggio non trovo stimoli. Sono tranquilla se so che sono preparata, a Taiwan sapevo di essermi allenata molto bene, può succedere che le altre sono più forti... ma mi sono detta: "Se non vinco la 100 km quest'anno, non la vinco più!" Mi ero allenata tantissimo. Anche i contatti con le avversarie mi stimolano molto, ma quando arrivi le rivalità scompaiono (alla fine la vittoria è una ruota che gira)... Comunque ci si augura che nessuno bari.
Come funzionano i controlli anti-doping?
All'arrivo controllano i primi tre. A Taiwan hanno fatto le cose fatte bene. Dovrebbero farlo in tutte le gare, ma ad esempio a Mosca non l'hanno fatto, non c'erano abbastanza soldi. A volte mi chiedono come faccia a fare tutte queste gare così; dopo tutti questi anni fra gare ed allenamenti, io corro solo con le mie forze, sono tranquilla. Non esiste correre sporchi! Io corro solo perché mi piace.
Quando corri a cosa pensi?
A niente, non so, ad esempio quando corri e hai davanti la macchina col cronometro, mentre nelle 20 km tu ti fai i calcoli mentali per pianificare la gara, per le cento km è diverso, pensi a organizzarti per risolvere i problemi chilometro dopo chilometro, corri a sensazioni, se no non arrivi in fondo. A Taiwan faceva caldo e c'erano salite - le adoro queste condizioni - ma avevo bisogno l'acqua, mi veniva da vomitare... L'importante è pensare a stare bene correndo. Comunque in otto ore hai tanti attimi in cui non pensi a nulla. A Taiwan ho avuto la sensazione stranissima di sapere di aver vinto... A un certo punto mi sono detta: "Sono già a 80 km!" A volte quando arrivo non mi sembra neanche di aver corso, non mi ricordo la strada che ho fatto. All'arrivo ho visto i piedi insanguinati, correndo non mi ero accorta! La gioia più bella è stata vincere questa 100 km, quando arrivo seconda voglio subito la rivincita. Comunque quando corri, corri per te stessa.
In un'intervista a Runners hai dichiarato che il tuo sogno nel cassetto era vincere la 100 km. E adesso?
Non ho ancora pensato ai miei progetti, mi piacerebbe correre nel deserto, o in montagna, o gare a tappe. Fare esperienze nuove. Sono convinta che l'anno prossimo vincere la 100 km non m'interesserebbe. Al 10 aprile andrò in sudafrica per una gara da 60 km. Mi piacerebbe più avanti fare il record del mondo della 24 ore... Ma per ora penso ad allenarmi seriamente.
Nella stessa intervista hai dichiarato che avresti partecipato ad un evento "se avessi avuto i soldi". Ma come funziona?
I giorni scorsi una mia amica francese era ad un raduno di atleti sulla Loira, nonostante i francesi siano anni luce dietro gli italiani... In America le ultramaratone sono all'ordine del giorno, gli atleti sono strapagati... Mentre noi non abbiamo neanche il viaggio finanziato per recarci alle gare. C'è stata una polemica sulla Gazzetta dello Sport poco tempo fa riguardo a Taiwan, noi atleti ci siamo pagati tutto di tasca nostra, la Federazione ha mandato solo un telegramma con scritto: "Complimenti". La Federazione ci paga a malapena le medaglie, ma vi sono tanti costi sia prima che dopo una corsa: non dico che vorrei guadagnare gareggiando, ma almeno un rimborso spese... Quando ho corso a Taiwan mi sono venuti incontro - per le spese di viaggio - gli alpini di Missaglia, la mia ditta... La Federazione zero. Sarei felicissima se io e gli altri maratoneti fossimo più considerati. Anche sui media, che s'interessano poco di questo sport.
Finanze a parte, hai avuto anche dei momenti difficili nella tua carriera sportiva...
Gli infortuni capitano, sono stata ferma un anno nel 2000 per problemi alla tiroide; ricomiciare è stato difficilissimo. Guardando indietro vedo che gli infortuni sono capitati perché avevo sbagliato, avevo esagerato, sottovalutando i dolori che sentivo. Ma quando capitano impari. Di grossi infortuni non ne ho avuti.
Cosa consigli a chi vuole seguire le tue orme?
Innanzitutto devi correre solo per il gusto di correre, quando finisci l'allenamento ti senti bene, rilassata. Corri anche per scaricare la tensione, l'adrenalina. Non serve molto, una calzamaglia, un paio di scarpe e via. All'inizio un po' soffri, ci vuole buona volontà. A volte capita anche a me di sentire le gambe legnose prima di iniziare l'allenamento... Ma se non corro non mi sento bene con me stessa. Comunque è importante imparare a riconoscere fino a che punto puoi tirare il tuo fisico.
Desideri ringraziare qualcuno?
Volevo ringraziare gli Alpini di Missaglia, i miei datori di lavoro, ma soprattutto la mia famiglia che mi è sempre stata vicina. Ringrazio me stessa che ho sempre avuto la forza di andare avanti: passano gli anni ma l'entusiasmo non passa!
http://www.macchianera.it/138/Files/html/il_personaggio.html
Pubblichiamo l'intervista ad un grande personaggio dello sport, la campionessa mondiale di maratona sui 100 km., Monica Casiraghi.Un omaggio a una donna e a un'atleta che ha saputo dare lustro allo sport italiano e a Missaglia suo paese di origine.
Monica, riassumiamo le molte partecipazioni e vittorie...
Quest'anno ho corso undici maratone e ne ho vinte otto, ho vinto quattro 50 km, due gare in montagna in Svizzera di 80 km, il campionato italiano della 100 km Firenze-Faenza, sono arrivata seconda all'europeo a Mosca e prima al mondiale a Taiwan. Nel 2001-2002 sono stata due volte argento e due volte bronzo tra mondiali ed europei; quest'anno l'oro, che da tanto sognavo. Sono arrivata al secondo tempo del mondo (7h 28') sulla 100 km. Mi sarebbe piaciuto migliorare a Taiwan ma era un percorso durissimo, è andata così; al massimo in un anno puoi correre due o tre gare da 100 km.
Come hai iniziato?
Ho sempre corso, dai giochi della gioventù; fino a 20 anni correvo in pista i 400 m e gli 800 m, poi a 22 anni volevo andare a New York per la maratona, mi sono preparata, l'ho corsa in 3h e 10'. Poi quando ho scoperto il mondo dell'ultramaratona sono uscite le mie qualità migliori di gran fondista ed è stata un'escalation fino alla vittoria. Corro le 100 km dal 2000-2001; avevano bisogno di persone per una squadra per il mondiale, ho partecipato ottenendo il record italiano 8h 8', poi 7h 40', poi 7h 39'... mi sono sempre migliorata (ma come me anche le avversarie) fino ad arrivare a 7h e 28'. Mi piacerebbe migliorare ancora, l'anno prossimo devo difendere il titolo, se le avversarie beccano la gara giusta secondo me riescono anche ad arrivare a 7h, 7h 15'. Devi sempre far valere quello che sei, il titolo pesa, non ti puoi permettere leggerezze: mi devo preparare bene. Ho fatto un proposito di correre meno, ma non riesco!
Riesci a conciliare il tuo lavoro con questa attività?
Ho un posto sicuro alla Officina meccanica Dante Villa, i miei datori di lavoro sono bravissimi - anzi sono i miei sponsor. Mi spiacerebbe lasciare il posto di lavoro, anche se correre dopo l'officina non è semplice. D'altronde gli anni passano, verso i 40 anni che fai? Il lavoro comunque limita, ti devi allenare la sera, quando l'allenamento è doppio anche alle 5 di mattina. I dottori della società dicevano: "Va', un'operaia che va a vincere il modiale..."
Che lavoro fanno le tue avversarie?
Atleti professionisti. In Italia non ce ne sono molti.Sei tesa prima di una gara oppure ormai ci hai fatto l'abitudine?Non posso essere tesa perché tutte le domeniche facciamo una gara... sono tesa prima di un evento importante o di un mondiale, soprattutto prima di una 100 km, lungo il percorso sai la fatica che t'aspetta ma non sai cosa può succederti, mal di pancia, eccetera. Ma alla fine sono tranquilla, è una tensione positiva che mi carica. Gareggiare mi piace tantissimo, se non gareggio non trovo stimoli. Sono tranquilla se so che sono preparata, a Taiwan sapevo di essermi allenata molto bene, può succedere che le altre sono più forti... ma mi sono detta: "Se non vinco la 100 km quest'anno, non la vinco più!" Mi ero allenata tantissimo. Anche i contatti con le avversarie mi stimolano molto, ma quando arrivi le rivalità scompaiono (alla fine la vittoria è una ruota che gira)... Comunque ci si augura che nessuno bari.
Come funzionano i controlli anti-doping?
All'arrivo controllano i primi tre. A Taiwan hanno fatto le cose fatte bene. Dovrebbero farlo in tutte le gare, ma ad esempio a Mosca non l'hanno fatto, non c'erano abbastanza soldi. A volte mi chiedono come faccia a fare tutte queste gare così; dopo tutti questi anni fra gare ed allenamenti, io corro solo con le mie forze, sono tranquilla. Non esiste correre sporchi! Io corro solo perché mi piace.
Quando corri a cosa pensi?
A niente, non so, ad esempio quando corri e hai davanti la macchina col cronometro, mentre nelle 20 km tu ti fai i calcoli mentali per pianificare la gara, per le cento km è diverso, pensi a organizzarti per risolvere i problemi chilometro dopo chilometro, corri a sensazioni, se no non arrivi in fondo. A Taiwan faceva caldo e c'erano salite - le adoro queste condizioni - ma avevo bisogno l'acqua, mi veniva da vomitare... L'importante è pensare a stare bene correndo. Comunque in otto ore hai tanti attimi in cui non pensi a nulla. A Taiwan ho avuto la sensazione stranissima di sapere di aver vinto... A un certo punto mi sono detta: "Sono già a 80 km!" A volte quando arrivo non mi sembra neanche di aver corso, non mi ricordo la strada che ho fatto. All'arrivo ho visto i piedi insanguinati, correndo non mi ero accorta! La gioia più bella è stata vincere questa 100 km, quando arrivo seconda voglio subito la rivincita. Comunque quando corri, corri per te stessa.
In un'intervista a Runners hai dichiarato che il tuo sogno nel cassetto era vincere la 100 km. E adesso?
Non ho ancora pensato ai miei progetti, mi piacerebbe correre nel deserto, o in montagna, o gare a tappe. Fare esperienze nuove. Sono convinta che l'anno prossimo vincere la 100 km non m'interesserebbe. Al 10 aprile andrò in sudafrica per una gara da 60 km. Mi piacerebbe più avanti fare il record del mondo della 24 ore... Ma per ora penso ad allenarmi seriamente.
Nella stessa intervista hai dichiarato che avresti partecipato ad un evento "se avessi avuto i soldi". Ma come funziona?
I giorni scorsi una mia amica francese era ad un raduno di atleti sulla Loira, nonostante i francesi siano anni luce dietro gli italiani... In America le ultramaratone sono all'ordine del giorno, gli atleti sono strapagati... Mentre noi non abbiamo neanche il viaggio finanziato per recarci alle gare. C'è stata una polemica sulla Gazzetta dello Sport poco tempo fa riguardo a Taiwan, noi atleti ci siamo pagati tutto di tasca nostra, la Federazione ha mandato solo un telegramma con scritto: "Complimenti". La Federazione ci paga a malapena le medaglie, ma vi sono tanti costi sia prima che dopo una corsa: non dico che vorrei guadagnare gareggiando, ma almeno un rimborso spese... Quando ho corso a Taiwan mi sono venuti incontro - per le spese di viaggio - gli alpini di Missaglia, la mia ditta... La Federazione zero. Sarei felicissima se io e gli altri maratoneti fossimo più considerati. Anche sui media, che s'interessano poco di questo sport.
Finanze a parte, hai avuto anche dei momenti difficili nella tua carriera sportiva...
Gli infortuni capitano, sono stata ferma un anno nel 2000 per problemi alla tiroide; ricomiciare è stato difficilissimo. Guardando indietro vedo che gli infortuni sono capitati perché avevo sbagliato, avevo esagerato, sottovalutando i dolori che sentivo. Ma quando capitano impari. Di grossi infortuni non ne ho avuti.
Cosa consigli a chi vuole seguire le tue orme?
Innanzitutto devi correre solo per il gusto di correre, quando finisci l'allenamento ti senti bene, rilassata. Corri anche per scaricare la tensione, l'adrenalina. Non serve molto, una calzamaglia, un paio di scarpe e via. All'inizio un po' soffri, ci vuole buona volontà. A volte capita anche a me di sentire le gambe legnose prima di iniziare l'allenamento... Ma se non corro non mi sento bene con me stessa. Comunque è importante imparare a riconoscere fino a che punto puoi tirare il tuo fisico.
Desideri ringraziare qualcuno?
Volevo ringraziare gli Alpini di Missaglia, i miei datori di lavoro, ma soprattutto la mia famiglia che mi è sempre stata vicina. Ringrazio me stessa che ho sempre avuto la forza di andare avanti: passano gli anni ma l'entusiasmo non passa!
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