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martedì 18 dicembre 2007

dolomites skyrace:due road alle porte del cielo - 07 - franz rossi

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/Dolomites%20SkyRace.htm

Notizie dall'inviato.In effetti la Dolomites Skyrace, corsasi a Canazei domenica 23 luglio, con i cancelli stretti che chiudono fuori molti amatori e l'aura che ogni competizione "mondiale" si porta dietro mi vedeva ai nastri di partenza più come cronista che come atleta...
Il circo del Campionato Mondiale di SkyRunning è per molti versi simile a quello della Formula 1: una serie di eventi che si svolgono in diverse zone del mondo, dalla Spagna al Messico, passando per l’Italia che vede due competizioni e mezza (la Dolomites SkyRace, il trofeo Scaccabarozzi sulle Grigne e una gara a cavallo con la Svizzera, la Valmalenco).Ci sono figure di spicco, nomi famosi e uno sponsor che caratterizza tutte le manifestazioni.Ma i punti di contatto finiscono qui.
Poi c’è la corsa, gli atteggiamenti un po’ guasconi dei montanari moltiplicati dallo spirito goliardico che anima tutti gli amanti delle nuove discipline sportive, specialmente quando sono considerate “estreme”, la bellezza silenziosa e imponente dell’ambiente montano che ci accoglie e sopporta.
La mattina del sabato passeggiavo per il centro di Canazei, spiando con gli occhi le vette intorno e cercando di capire quale fosse il Piz Boè meta della gara.Le nuvole passavano veloci preannunciando una temperatura favorevole ma Giove Pluvio beneaugurante non basta a tranquillizzarmi. E’ una gara dura, 10 km in salita per un dislivello di 1700 mt e poi 12 km di discesa per altrettanti metri fino a ritornare al punto di partenza, la piazza di Canazei.In mezzo prati, ghiaioni, alcuni passaggi in cui bisogna appoggiare le mani alla roccia.Il record della corsa è di poco inferiore alle 2 ore e 10 minuti. Il tempo massimo concesso 4 ore e 15 minuti.
Al ritiro dei pettorali vado con la famiglia. Mia moglie guarda stupita questi runners provenienti dalla Spagna, dalla Gran Bretagna, dal Sudamerica e – ovviamente – dall’Italia.Si parlano tante lingue ma ci si capisce al volo. Si parla di scarpe, di bastoncini da portare o da lasciare, della giacca a vento che da questa edizione è diventata obbligatoria.Mia figlia si impossessa della sciarpa-bandana, un omaggio della Buff, sponsor ufficiale, realizzata apposta per la gara. La lascio fare, io ho puntato una maglia in pile con il logo della Dolomites SkyRace e pregusto il momento in cui la sfoggerò con gli amici: piccole vanità subito ridimensionate dal pensiero di non riuscire a restare nei tempi.
Passa un’ora e mi telefona Franco Valsecchi, altro Road presente alla gara insieme ad un po’ di amici della DRS, la lista internet di podisti.Lo raggiungo all’ufficio gara, questa volta da solo, lasciando la famiglia in camper a godersi un po’ di meritato riposo. E’ un modo per assaporare di più l’ambiente. Con Franco incrocio Francesco, entrambi belli carichi di adrenalina.Nell'elenco degli iscritti ci sono nomi mitici, alcuni già conosciuti di persona come Bruno Brunod e Pietro Trabucchi, altri di cui ho solo letto sul web o sulle riviste specializzate.
La sera ceniamo con la mia famiglia e andiamo in piazza a vedere la presentazione dei top runners.Si inizia con il filmato (presente anche su www.dolomiteskyrace.com) che fa letteralmente venire i brividi e poi c'è la presentazione del percorso. Strappo a mia figlia una promessa di non raccontare troppo alla madre e andiamo a dormire carichi e contenti.
Il mattino dopo, sveglia alle 6.30, colazione, preparazione di rito e passeggiata verso la piazza del paese.Il sole appare e scompare, ma la temperatura è perfetta e in canotta e pantaloncini del Road non sento freddo.Ho in vita la borraccia con legata sopra la giacca a vento. Ho optato per non portare i bastoncini con i quali non ho esperienza. Il pettorale mi stringe, denunciando fin da subito quanto il mio fisico sia inadatto a queste competizioni, almeno a questi livelli.Sotto lo striscione dello Start incrocio Franco e Francesco e facciamo un po’ di riscaldamento, subito interrotto dall’incontro con Bruno Brunod. E’ un campione, lo ha dimostrato mille volte, l’ultima questa estate quando è quasi riuscito a salire di corsa sull’Everest. Ma per me lo dimostra ancora di più oggi, quando salutandoci ci dice sereno: “Non sono riuscito ad allenarmi quanto avrei dovuto, quindi non posso aspirare a grandi risultati. Ma la gara è bellissima e ogni volta che indosso il pettorale io mi diverto!”, modestia e semplicità.Bruno continua dandoci alcuni consigli sul percorso, subito dopo il Piz Boè la discesa è tecnica, bisogna fare attenzione...
Troviamo gli altri DRS: Gianluigi da Milano, Cristiano, Stefano, Riccardo da Venezia e Treviso. Siamo un bel gruppetto, entrati nella gabbia ci posizioniamo dietro a tutti e aspettiamo il via.L’elicottero giallo e rosso della televisione (e del soccorso alpino) si alza e con lui la corda che dà inizio alla nostra avventura.Corro sciolto vicino a Riccardo, il più lento dei nostri, passiamo la piazza, giriamo a sinistra e ci infiliamo in una strada in salita (ma guarda che bella quella casetta decorata), la strada presto si trasforma in mulattiera e comincia ad inerpicarsi.Qui in una gara normale si inizia a camminare e io comincio a guadagnare posizioni, invece sono ancora ultimo… nessuno molla. Magari si infila qualche metro di buon passo nei punti più ardui ma poi si riprende subito a correre.Si sale fino ad una strada asfaltata, il primo dei tornanti del Passo Pordoi reso celebre dalle imprese epiche dei ciclisti nei tanti Giri d’Italia, ma l’asfalto è tabù, si percorre la massicciata e si supera di slancio la strada per affrontare un altro tratto su mulattiera e poi l’inizio della pista da sci.
Curioso percorrere una pista come questa in senso contrario e senza neve. I ponti in legno portano le tracce dei puntali dei bastoncini e rimbombano dei passi di noi podisti.Arranco e non mollo, punto un atleta un po’ più avanti. I pettorali sono stati assegnati in ordine di nascita: più si è vecchi più alto è il pettorale. Io con il mio 332 su 450 iscritti mi piazzo nella seconda metà, ma il 391 mi sembra irraggiungibile.Non fa caldo ma sudo molto per lo sforzo. Cerco di dosare le energie, di correre in soglia e di arrivare prima possibile all’Hotel Pordoi. Subito sopra ci sarà il primo cancello orario: 1 ora e 5 minuti.La mia strategia di gara è semplice: cerco di mettere un po’ di fieno in cascina fino al primo cancello. Lì decido in base al tempo se prendermela un po’ più comoda o se continuare a spingere.All’Hotel Pordoi arrivo bene, supero agilmente una ragazza inglese con un paio di pantaloncini del colore della Union Jack, supero anche un paio di runners che avevo nel mirino già da una decina di minuti, e vengo superato dal pettorale 401 (complimenti). Mi rendo conto che i bastoncini aiutano molto in salita, atleti che supero agilmente appena cala la pendenza mi riprendono spingendosi con i bastoni. Altro appunto mentale per la prossima gara in montagna.
Finalmente in alto (e come potrebbe essere diversamente) vedo il Passo Pordoi, 2238 mt slm, 788 metri saliti dalla partenza (per uno sviluppo orizzontale di 5,8 km), spingo, sbuffo, vedo il ristoro, trangugio un bicchiere di tè e uno di acqua e guardo il cronometro 58’20”. Non c’è tempo da perdere, affronto la salita di buon passo e rincorro i concorrenti davanti a me. Il terreno si è fatto più ripido e sabbioso. I piedi scivolano indietro ad ogni passo, i bastoncini mi mancano ancora di più. Cerco di concentrarmi sul passo, sui punti in cui poggiare i piedi, spio chi mi precede. La terra cede il passo alla ghiaia rocciosa, guardo un attimo in alto e scorgo lontanissima la forcella del Sass Pordoi e il serpentone di atleti che mi precede. Guardo in basso e la coda dietro me è stata troncata al cancello inferiore. Il piede perde l’appoggio e scivolo, mi maledico e mi concentro di nuovo sulla corsa. Accelero il più possibile con la paura di restare chiuso fuori dal cancello dell’ora e cinquanta.
Fatica. Sudore. E gente che applaude sul sentiero, gente di montagna che sta percorrendo la nostra stessa strada, che riconosce la fatica che ci vede in faccia, che è in marcia da alcune ore solo per poterci applaudire, che ci cede volentieri il passo, anche a noi che chiudiamo la fila. La solita bugia: "Dai che andate bene, siete in forma, non mollate!"
Ho deciso di non guardare l’orologio per non forzare il passo, ma raggiungo uno stanco “collega” di salita che bofonchia all’amico parole di conforto: “E’ passata 1 ora e mezza ce la possiamo fare”.Anch’io sento a portata di mano l’impresa. L’unico traguardo adesso è la forcella da cui sento provenire urla esaltanti e rauchi richiami di corvi. Spingo appoggiando con le mani sulle ginocchia, sposto tutto il peso in avanti in modo da avvantaggiarmi della forza di gravità. E finalmente, dopo l’ennesima curva, alcuni scalini tracciati con il legno mi conducono alla forcella. 2829 mt, 591 mt di dislivello dal Passo Pordoi, per solo 1500 metri di sviluppo lineare, meno di quattro giri di pista.
Le grida della gente mi aiutano, guardo l’orologio 1:40 sono salito molto bene, meglio di quanto pensassi, ma adesso cosa mi aspetta? Prendo tempo al ristoro. E ripenso al Trail del Bangher la scorsa domenica, all’interminabile e penosa discesa.Dopo la forcella il sentiero ci porta su un altopiano “lunare” dove regnano il vento e la pietra. Lo sguardo spazia lontano e il tempo assume un altro ritmo.Torno a correre di nuovo dopo quasi un’ora di faticosa salita. Ritrovo il ritmo, il sentiero, pur stretto, è bello sgombro e si può andare. Il fotografo ufficiale mi riprende mentre supero un podista che inciampa e vola e si rialza in un balletto aereo. La salitina mi conduce alla fine di una spaletta rocciosa, superata la quale scorro con lo sguardo il nuovo panorama e la nuova sfida: il Piz Boè, 3152 metri di altezza.
La filosofia che sta dietro allo SkyRunning è semplice: da un paese di montagna di sale di corsa in cima ad una montagna che sovrasta il paese e si torna giù nel minor tempo possibile. Il Piz Boè è il mio prossimo obbiettivo. Dopo di lui non ci sarà più salita ma solo la lunga discesa verso valle.Il respiro è sciolto, non sento l’altezza o per lo meno non mi sembra di sentirla. Supero agilmente alcuni tratti impegnativi, affondo il piede nella neve mentre supero un nevaietto e affronto un salto con un tratto di ferrata. Mi isso lungo la corda, supero un gruppo di escursionisti tifosi che si sono bloccati su un passaggio difficile. Il cuore mi si gonfia d’orgoglio entrando nelle loro menti e immaginando i loro commenti. E’ una sorta di auto esaltazione. E si sale… si sale… cedo il passo ad un concorrente che mi raggiunge proprio mentre incrociamo dei suoi amici che lo incitano. Dall’alto sento chiamare per nome un altro corridore. Mi manca il supporto personalizzato, vorrei poter contare su un volto amico. Questi ultimi 323 metri di dislivello sono belli tecnici, la roccia è solida e il percorso ben segnato e corredato di funi nei posti più esposti. Però i quadricipiti tremano per lo sforzo e anche un singolo passo diventa difficile.
Dall’alto una ragazza mi grida “Forza Francesco che ce l’hai fatta!”, l’organizzazione (impeccabile in ogni punto) raggiunge l’apice in queste cose. La ragazza ha in mano l’elenco degli iscritti, spia il mio pettorale, scorre la lista e mi incita per nome. L’ho potuta ricambiare solo con un sorriso, mentre passavo oltre e raggiungevo il ristoro in vetta al Pizzo.
Ed ecco la discesa, la tanto temuta discesa. Mentre scendo i primi metri il cuore mi si allarga, il passo ritrova il ritmo che mi era proprio quando da ragazzo calcavo le Dolomiti nelle escursioni estive. I ghiaioni lungo i quali scivolare, i balzi da una roccia all’altra, rimbalzando via leggero, la sicurezza del passo. Gli incubi si dissolvono mentre acquisto parimenti velocità e confidenza. Data la velocità dei concorrenti i volontari che segnano il percorso devono essere più numerosi. Gli escursionisti ci guardano come fossimo dei pazzi e ci cedono il passo. Quelli che salgono si fermano nelle curve del sentiero, quelli che scendono non fanno a tempo a spostarsi che vengono aggirati. Una curva secca e il sentiero precipita verso valle. Dei tronchi tracciano la strada e forniscono utili appoggi. Qui il primo è volato tentando di tagliare per la massima pendenza, io prudentemente rallento, per poi riprendere subito il passo e saltare gli ultimi gradini di roccia prima del Rifugio Boè.
Da qui fino a valle è un alternarsi di sensazioni forti e di immagini che scorrono accelerate.Il canalone dal quale risale l’elicottero come si vede in molti film d’azione, la serpentina del sentiero che diligentemente seguo mentre una forte atleta spagnola appoggiandosi ai bastoncini taglia per la massima pendenza, l’alternarsi al comando con un concorrente di pari forza entrambi attenti a non scaricare pietre su chi ti precede, lo sguardo triste del pettorale 180 che infortunatosi al ginocchio deve scendere lentamente a valle mentre vorrebbe saltare lungo le pendici, i 500 metri lineari in cui si scende per 500 metri, una specie di scivolo naturale (unica mia caduta della giornata), i pini mughi che tolgono il respiro e nascondono le insidie del sentiero, ma soprattutto l’ultimo sguardo riverente verso il Piz Boè che altissimo ti conforta sull’impresa appena compiuta.
E infine il sentiero spiana, mancano 4 km, meno di due giri di Montagnetta, le unghie dei piedi mi dolgono ad ogni passo, eppure guardo il cronometro e penso che sicuramente finirò in classifica, forse potrei stare sotto le quattro ore.E aumento il passo e non mi fermo più a camminare, anzi in discesa lascio correre le gambe incurante delle fitte, e ritrovo le case di Canazei, supero ancora un concorrente ed accelero per non farmi raggiungere a sorpresa, e finalmente l’ultima curva e il traguardo. 3 ore e 45 minuti. Sono soddisfatissimo.Lo speaker ha annunciato il mio arrivo chiamandomi per nome e cognome e dichiarando la società Road Runners Club Milano, da oggi anche un po’ Trail Runners Club, mia figlia e mia moglie non mi aspettavano così presto (un po’ di pre tattica mi aveva fatto dichiarare un tempo di 4:15).Anche Franco è all’arrivo, stanco e soddisfatto del suo 3:08 che lo pone 198esimo tra gli uomini. E così tutti gli altri con Francesco, nostro eroe della giornata, che ha fermato il cronometro in 2:48 (109esimo), Gianluigi tra i primi della sua categoria e Riccardo, ritiratosi al primo cancello eppure soddisfatto dell’esperienza.

trail del bàngher, le impressioni di un dilettante - 07 - franz rossi

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/Trail%20del%20B%E0ngher.htm

Quel bangher di Mau, durante il briefing tecnico tenutosi a casa sua nel pomeriggio di sabato, l'aveva definita una discesa tecnica, seguita da un saliscendi tutto corribile su dei pratoni come li disegnano i bambini...E io ci pensavo e ripensavo, alternando questi ricordi a preoccupanti visioni di me incrodato mentre cerco di scendere dal Piz Boe'...
Ma vediamo di riavvolgere il nastro e di raccontare le cose dall'inizio.
Attraverso la lista DRS (Dead Runners Society), una società virtuale di corridori, avevo conosciuto qualche anno fa Maurizio Scilla, detto "Mau delle Vette", un fortissimo skyrunner, un appassionato corridore di trail, spesso nei primi posti in molte competizioni internazionali.Abitualmente corre in Francia, ma vive vicino a Biella e lì organizza gare.Negli anni scorsi avevo partecipato ad alcune gare da lui suggerite (Biella Monte Camino in primis) ma questa volta si trattava della prima edizione del Trail del Bangher, che prende il nome dal Bangher (letteralmente bandito) un brigante che compiva le sue gesta nel biellese.Domenica 16 luglio, dunque, si correva la prima edizione di questa gara: 24km scarsi per 2000 metri di dislivello.
Ed ecco com'è andata...
Sabato pomeriggio, raccolto l'equipaggio completo formato da tre amici (Daniela, Davide e Francesco), mentre il solleone cuoceva la gente di pianura, noi autopromossici "montagnini" puntavamo l'auto verso Adorno Micca, ridente paesello in prossimità di Biella, noto soprattutto per essere stato eletto a covo dal bandito delle vette.Pomeriggio a casa del suddetto Mau, in compagnia di Arianna (la figlia 12enne) e di un gruppo di 4 amici francesi che si erano sciroppati 8 ore di auto per sentirsi accogliere da un tripudio di "Campioni del mondo"!
Direttamente a casa dell'organizzatore (sempre il Mau) ritiriamo i pettorali, scegliamo le maglie e ci facciamo spiegare tutti i dettagli del Trail del Bangher (accento sulla a per gli italiani sulla e per i francesi, ovviamente).
"Dunque si parte e c'è un giro di lancio di 460mt - spiega Mau - poi si sale prima per una breve scalinata poi per una mulattiera corribile fino a portarsi sotto il rifugio (5km, 1200 mt dsl) dove c'è il primo ristoro."Da lì si sale ancora 200 mt per arrivare alla forcella e scendere. Ci sono circa 3,5 km di saliscendi con dei tratti in un pratone molto bello. Tenetevi sulla sinistra del nevaio, che tanto c'è neve marcia e ghiaccio in fondo, poi continuate a scendere fino al ristoro prima dell'ultima salita."Il sentiero di questa salita è un po' stretto a causa della vegetazione e si patirà un po' il caldo, ma poi arrivate alla forcella (circa 16,5km, 1900 dsl dalla partenza) e prendendo la scorciatoia lungo una corribilissima mulattiera scendete fino a delle casette."Siete al 20km spaccato, c'è una fontanella per bere e poi l'ultimo tratto di 3,4km. Ho preferito non farvi correre sull'asfalto, quindi ho dovuto mettere un'ultima salitella che vi porta al paese dove siete partiti."
Bello no?La sera a cena al Gatto Azzurro eravamo in dieci (i 5 DRS, i 4 francesi e Arianna scatenatissima che discuteva di musica con il Davide).Voi sapete come funziona quando si va al ristornate con uno straniero.Ordinare e' complicato dal fatto di dover tradurre (in francese in questo caso) i piatti disponibili. E come si dice in francese "Agnolotti di magro con fiori di zucca e gamberetti"?L'apice e' stato raggiunto al dolce: un'ora per decidere cosa scegliere e cosa consigliare... E' meglio la brunette o lo zabaione? E dopo un'ora, arrivano dalla cucina con una torta con scritto il magico numero 42.195...
Anche qui devo spiegare una cosa. E' uso tra i DRS festeggiare il compleanno del maratoneta che cade il 195esimo giorno del 42esimo anno. 42.195, appunto!Il mio compleanno del maratoneta! Cadeva sabato 15 luglio, lo avevo anche festeggiato offrendo da bere agli amici in ufficio e al Road, offrendo il gelato a casa... ma non mi aspettavo una festa.Sono rimasto come un baccalà.Mau ha immediatamente preso vantaggio dalla mia commossa distrazione e ha fatto fuori la seconda fetta di torta...
Il dopocena è stato caratterizzato da un mini concerto di un gruppo locale (Schegge Sparse) che eseguono da veri maestri le canzoni di Ligabue.Poi siamo andati a dormire presso una comunità valdese, dove per un prezzo modico (10 euro) ci hanno messo a disposizione una camerata stile colonia estiva.Il mattino succesivo, dopo essere stati svegliati da Corrado (un altro DRS milanese) che di ritorno dalla Romagna aveva deviato verso Biella e cercava di infilarsi nel nostro bagno, alle 7 in punto ci siamo ripresentati al Gatto Azzurro per colazione e partenza.
116 partenti (di cui 18 donne, numero davvero elevato, anche per una gara su strada).Tra essi i quattro francesi amici di Mau, un inglese che giungerà 3° assoluto, 5 DRS (per non parlare di Mau che organizzava) e un sacco di persone con maglie che incutevano rispetto: Kima, Sentiero 4 Luglio, Ecomaratone varie...
La gara e' stata - almeno per me - parecchio dura.Ho aggredito con grinta la prima salita che doveva essere il vero ostacolo, e avendola superata in 1:35, mi sentivo sereno e mi dirigevo verso la discesa.Lascio libere le gambe e tac, immediatamente metto il piede su una pietra che vacilla.Meglio stare attento. Rallento, riparto e tac, il piede scivola su una roccia bagnata.Occhio Franz, non strafare, tac una buca...
Nel frattempo raggiungo Davide che dolorante al ginocchio impreca contro la sfiga: per lui la Dolomites Skyrace (che dovevamo correre insieme) salta.Proseguo cercando di tenere il passo di una certa Milena e del suo accompagnatore che procede spedita. Arriviamo sul pratone, completamente invaso dall'acqua dei ruscelli che lo attraversano.Il terreno è morbido, ma insidioso. Si corricchia e si salta, fino a raggiungere un ristoro posto a metà gara.
Qui è necessario fare una citazione a questo ragazzo (credo si chiamasse Alessandro) che all'alba si era caricato in spalla the, sali, zucchero e limone ed era salito fino a quel punto per dare un po' di ristoro a noi che corravamo.Mi piace sempre ringraziare i volontari dei ristori, ma il grazie rivolto a lui era certamente piu' sentito...
E si riprende a correre. Ecco il nevaietto. Devo tenermi a sinistra seguendo le indicazioni del Mau, ma il sentiero scompare tra le roccette. Milena - che avevo lasciato al ristoro - mi supera agilmente mentre io fatico a scendere passando da una roccia all'altra.La strada spiana e si trasforma in un prato.Riparto e recupero Milena e il suo accompagnatore.Li supero facile, le gambe girano che è un piacere, il prato invita a correre sul morbido.Si passa un torrente e poi lo si segue fino a quando, dopo un dosso, la strada si fa di nuovo accidentata.Rallento e soffro. Non riesco a mettere giù bene i piedi e mi riprometto di allenarmi specificatamente sulle discese in montagna.
Milena se ne va, mi raggiunge Corrado che mi resterà incollato fino all'ultimo km quando mi precederà all'arrivo.Ammiro Davide che - nonostante sia in evidente sofferenza - riesce a distanziarci sia in discesa che in salita, grazie ad una tecnica di corsa decisamente superiore alla nostra.Sento del tifo (tifo in montagna?) e finalmente un altro ristoro.Siamo nella fase finale, ci aspetta l'ultima impegnativa salita che ci farà passare dalla Val Sesia alla Valle dove c'è l'arrivo.Guado un torrente, entrando con i piedi nell'acqua fredda: è un godimento per le dita ammaccate e coperte di vescichette.E poi si sale.Il respiro, nonostante tutto, non è affanato, ma non riesco ad andare più veloce.Comincio ad essere stanco e (dopo aver tanto bramato un po' di salita che ponesse fine alla discesa spezza gamnbe) non vedo l'ora di arrivare sulla forcella.
Eccoci. Corrado mi sta sempre alle calcagna e scambiamo qualche parola.Vediamo in lontananza Davide che zoppica.Da veri amici, compresa la sua difficoltà, ci precipitiamo dietro di lui e appena raggiuntolo e verificato il suo stato, lo superiamo e ci involiamo (parola grossa, ci lasciamo precipitare sarebbe piu corretto) verso valle.Mi sembra di correre da un'eternità e sono solo 4:15.Saltiamo sui pietroni, cerchiamo la fontanella del 20km.Ci fermiamo a bere - Corrado mi dice che non vede l'ora di arrivare e che non vuole bere più. E riparte. Sembra più fresco.Fatto il pieno d'acqua, riparto e corro abbastanza tranquillo verso l'arrivo.Raggiungo Corrado due volte, prima ad una fontanella poi ad una scalinata un po' più impegnativa. Ma due volte lui mi lascia indietro.Una scritta "DRS" arancione tracciata con lo spray biodegradabile usato per tracciare tutti i segnali della gara mi fa volgere un pensiero grato al Mau, e subito l'ultima curva, il tifo da stadio, l'arrivo (76simo tra gli uomini in 4:43:52), Mau che fotografa, Corrado che mi sorride e mi dice "Avevo scommesso che sarei arrivato prima di voi - vi devo una bevuta", Francesco che ci aspetta già cambiato dopo aver concluso al 32simo posto in 3:42 e la solita grande festa dell'arrivo...
Dopo un po', lavati e cambiati, ci troviamo con le gambe sotto al tavolo a mangiar polenta e discutere del percorso con gli amici francesi. Le montagne ci circondano e la birra rinfresca le gole e scioglie la fatica.
E' incredibile ho faticato per quasi 5 ore per coprire una distanza che abitualmente corro in meno di due ore. Alla fine della salita ero soddisfatto e pensavo alla Dolomites SkyRace della prossima domenica come ad una sfida alla mia portata. Poi la lunga interminabile discesa, che credevo amica e che invece mi ha stroncato. Una bella lezione di umiltà e tante cose nuove da imparare da chi questo ambiente lo conosce.
Arianna delle vette - tuttofare in questa fantastica due giorni - sta aiutando la cameriera del polenta-party, scherza con noi e ci regala tutta la sua allegria.Mau durante le premiazioni duetta con il sindaco come un consumato oratore.Che bella gente!Che bel week end!
Aurevoir alla Dolomites Skyrace.

fame d'erba (trail del bàngher) - 07 - daniela banfi

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/trail_bangher_daniela%20_banfi.htm

fame d'erba
E’ un libro che raccoglie fotografie e pensieri sulla vita dei pastori, pastori di pecore, vita dura e quasi sconosciuta, come quella dell’uomo incontrato sulla salita verso il rifugio Rivetti, domenica al Bangher, tradizione antica quanto le vette che ci circondano, appoggiato ad una grossa pietra, cappello calato sugli occhi, braccia conserte stava lì a guardarci, pareva una statuina del presepe.
Un tizio dietro di me gli ha gridato, mentre salivamo, parole in una lingua a me sconosciuta, un dialetto della zona, un breve dialogo, uno scambio di battute tra uomini del Biellese ed ecco riaffiorare il ricordo del racconto di Maurizio su quest’uomo che vive l’estate sulle montagne, con i suoi animali, il silenzio, poche cose e nulla per ripararsi se non la volta celeste e quando piove un telo per tetto, vita dura lontana da ogni nostro pensare, eppure esiste ancora, vagabondando per le montagne, le valli, le pianure alla ricerca d’erba, un ciclo perennemente uguale ritmato dalle stagioni e dalle loro bizze, un po’ come noi amanti della corsa rincorriamo a seconda del periodo le gare a cui partecipare, d’estate i trail, in autunno d’asfalto, in inverno il pantano dei cross in primavera ancora asfalto o pista, peregrini sempre alla ricerca di qualcosa, sempre spostando il proprio orizzonte, pastori dei nostri sogni.La montagna fatta d’asperità, di sassi e di pallini gialli da inseguire, di sudore che gocciola persino dal mento, di difficoltà nel carburare all’inizio, come se il motore si fosse in qualche modo invasato e non riuscisse a raggiungere i giri giusti, la nebbia sopra la testa nasconde il rifugio che appare improvviso come in sogno, velato.Un paio di bicchieri d’acqua e poi via di nuovo, ancora su fino al Colle della Mologna Grande. Arrivare è stato come aprire una finestra sul mondo, dopo aver salito una scala a pioli, l’ultimo gradino, il più grande e davanti uno spettacolo splendido ed i primi timori, si scende, la mia compagnia si allontana in un batter di ciglia, oltre a perdere loro, perdo la via e mi ritrovo nel bel mezzo di una pietraia, lo smarrimento mi fa sembrare tutto più grande, enorme, torno indietro e riprendo la strada, mi sento un po’ Pollicino, lui alla ricerca di briciole io di segni gialli sulle rocce, licheni artificiali.Mentre scendo gli occhi sono rivolti a dove mettere i piedi, poco spazio all’ambiente circostante, ma l’arrestarsi per qualche attimo mi permette di guardare un po’ avanti alla ricerca di qualcuno, ma sono completamente sola, sola con i miei dubbi e le mie paure, con questa sfida aperta che voglio portare a termine, con quel senso di fragilità e inadeguatezza che mi pervade, con quella vocina che ogni tanto mi sussurra:”guarda un pò in quale avventura ti sei cacciata, te le vai proprio a cercare" e l'altra quella piùintransigente :"Taci, non la spaventare" ed io intanto continuo a scendere con i bastoncini tra le mani che in qualche modo mi danno sicurezza.Poi, finalmente, lo scenario muta, le pietre lasciano spazio all'erba, le bandierine rosse mostrano la direzione, l'attenzione è sempre viva, perché spesso sassi bianchi riaffiorano dagli steli verdi, ma alla fine po’ di pace, una distesa rigogliosa si protrae fino alconfine visivo, lassù, su quello che sembra un piccolo valico un ombra, un uomo guarda verso di me, si abbassa e poi si rialza, ma è lì fermo, il prato assomiglia ad un acquitrino, i piedi affondano nell’acqua, sento il frescore invadermi le scarpe, ho voglia di non pensare e di percepire la morbidezza sotto i piedi.Arrivo in cima e l’uomo non c’è più, ma per terra trovo dei bicchieri con acqua e sali, delle fette di limone, dei tocchetti di cioccolato, prendo uno spicchio, l’aspro delsucco mi scuote, bevo un sorso d’acqua e riparto, mentre scendo lui risale lo ringrazio e poi vedo il nevaio, a sinistra, devo stare a sinistra, la neve è lì alla mia destra un fazzoletto bianco tra il grigio delle pietre.I pensieri si alternano, il timore si mescola all’ottimismo, al cambio di pendenze e di terreno, il cielo è grigio se arrivasse un temporale sarebbe un guaio devo muovermi, ma a tratti sono più rigida delle pietre.Come un miraggio davanti a me compare un ragazzo, zoppica, allungo per cercare di raggiungerlo, non mi deve sfuggire, come Robinson Crosuè ha incontrato, sull'isola deserta,Venerdi io fra i monti ho trovato Riccardo che partito con una caviglia mal messa fatica ed incespica, ora mi sento tranquilla, qualsiasi cosa siamo in due, si chiacchiera, si cercano insieme i segnali gialli, insieme arriviamo al ristoro dell’Alpe il Toso, guadiamo il torrente, mi da una mano mentre sono in bilico su una roccia. Sappiamo che ora ci aspetta la Bocchetta del Croso lassù da qualche parte tra gli alberi, non sembriamo più quei due insicuri, traballanti che scendevano poco prima, ma andiamo all'attacco dellasalita, pare di respirare anche se il fiato si fa più corto, cambia l’assetto e le gambe ringraziano.Sembra veramente di essere in una foresta tropicale, il sentiero è appena accennato, le piante lo infestano, però si sale, con grinta come fossimo appena partiti, legambe nude avvertono i rami, le foglie sfregare la pelle, aggiriamo il monte ed ecco che si scollina, da ora in poi sarà solo discesa, ultima fatica, stavolta ci porterà di nuovo al paese, il primo tratto è brutto, ma poi si trasforma in una mulattiera e riusciamo acorricchiare.Il 20°km, marcato su una pietra piatta mancano meno di 4km, siamo quasi arrivati, le prime case, le prime persone, il tratto in salita nel bosco, manca sempre meno, stiamo correndo, le bacchette in mano, sbuchiamo dal bosco una scalinata e atterriamo sull’asfalto apochi metri dall’arrivo, le grida, gli applausi degli amici e dei presenti, ancora lì a tifare chi arriva, nonostante siano passate 5h52’ dal momento in cui siamo partiti.