Visualizzazione post con etichetta _2007. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta _2007. Mostra tutti i post

lunedì 14 gennaio 2008

valdigne il mio primo ultra-trail - ricky

tratto da: http://rickyrunning.blogspot.com/2008/01/valdigne-il-mio-primo-ultra-trail.html

Prologo

Il 2 giugno ero con altri “Falchi” alla partenza del Gran Raid du Cro-Magnon. Era il mio primo Ultra-Trail, 102 km da Limone Piemonte a Cap d’Ail – Montecarlo. La preparazione invernale e primaverile era stata intensa: maratone, 50 km, “lunghi” fino a 8 ore.Purtroppo il Cro è andato come andato: bufera di neve in quota e gara sospesa al 15° km… La delusione era tanta, io e i miei compagni aspettavamo con ansia questo giorno. Sulla strada verso casa però balenava in testa già un’idea. E’ un peccato sprecare tutta questa preparazione…

Il Gran Trail Valdigne

Su internet avevo trovato informazioni su una gara che avrebbero organizzato a metà luglio a Courmayeur, è la prima edizione, il percorso è 70 km con 5000 m di dislivello positivo. Sono tanti, pensando che al Cro il dislivello è di poco maggiore ma i chilometri sono molti di più!Saltata la Cro, perché non andare in Valdigne? Ricevo subito i consensi dagli altri: Pizza, Loris, Ale.Così eccoci iscritti. Alla fine saremo in 300 al via di questa prima edizione.Partiamo per Courmayeur venerdì sera. Subito due news. La prima: Ale ha un ginocchio infiammato e non verrà con noi, che sfortuna! La seconda: al Pizza hanno riferito che la lunghezza esatta della gara è di 84 km e non di 70, avevano sbagliato a misurarla. Pensiamo ad uno scherzo ma a Courmayeur riceveremo la conferma. In effetti successivamente comparirà sul sito della gara la lunghezza totale di 87 km…Dormiamo in una palestra di Morgex e la notte scivola via veloce. Alle 7 in piedi, raccogliamo i sacchi a pelo e via a Courmayeur a ritirare i pettorali.Ora c’è la pratica colazione da sbrigare: un bel the caldo e un panino col prosciutto e la classica “visita” del bagno del bar.Poi siamo di nuovo nella palestra di Courmayeur a ultimare i preparativi prima della partenza. Vado di abbondanza con l’ossido di zinco: interno coscia e ascelle. Mi accorgerò cammin facendo che è necessario in altre zone del corpo. Vista la giornata splendida di sole, abbondo anche con la crema protettiva.Finisco la preparazione dello zaino: il materiale obbligatorio c’è (frontale, telo termico, fischietto, banda elastica), acqua ne ho (2 litri nel camelback), vestiario di ricambio (giacca in gore-tex, maglia manica lunga, fuseaux ¾, guanti, calze). Di cibo ne ho in abbondanza: barrette energetiche, frutta secca, bustine di fruttosio, miele, caramelle… Nelle tasche dello zaino ho pure una borraccia di sali e una bottiglia di Coca-Cola. Anche i bastoncini sono pronti.

La gara

La concentrazione è alta. Alle 10 si parte dalla piazza di Courmayeur. Il filone di atleti si sgrana sulle prime rampe verso il Col de Licony. La prima salita è senz’altro la più dura. Pur andando ad un passo tranquillo ho già le gambe di legno. Devo tenermi sul bordo del sentiero, far passare chi da dietro arriva con passo sostenuto. E’ per me il momento più duro della gara, sia fisicamente che moralmente. Si concretizza nella mia testa la volontà di fermarmi a metà gara. “Arrivo a Morgex, mi faccio 40 km di gara e che nessuno mi parli più di gare lunghe!”. Continuo a bere, mangio del fruttosio ma la fatica è sproporzionata rispetto alla mia andatura. L’unica consolazione è lo spettacolo che offre la natura: il Monte Bianco e le Grandes Jorasses che sembrano lì a portata di mano.Gli ultimi metri prima del Colle sono anche più duri. Scollino dopo due ore, sembra passata un’eternità. Mi fermo, mangio una barretta, bevo i sali e riparto con passo incerto. Finalmente comincia la discesa ma scendo con tranquillità. Al ristoro dell’alpe Licony trovo gli amici della San Pellegrino.Riparto corricchiando. Sarà stato il ristoro, sarà il leggero falsopiano, comunque finalmente riesco a correre con una certa regolarità. Arriviamo a Planaval e via con la seconda salita. Pian piano il mio morale cambia: “Dai che forse a Morgex non mi ritiro!”. Il caldo ora comincia a farsi sentire ma presto sono al Colle Fetita e poi sull’omonima punta: lo spettacolo è stupendo. La seconda discesa è lunga ma finalmente sto bene e riesco a correre con relativa freschezza. Si passa dal ristoro di Charvaz e dopo 1h20’ siamo alle case di La Salle. Ora un po’ di asfalto e un po’ di mulattiere pianeggianti mi fanno avvicinare a Morgex.Ad 1 km da Morgex raggiungo il mitico Popo, al secolo Emilio Sala. Per lui è un rientro alle gare. L’anno scorso doveva fare il Giro del Bianco, due anni fa ha fatto la Cro-Magnon. Corriamo insieme fino al ricco ristoro di Morgex. Io prendo un bel brodo caldo, bevo un sacco tra sali, Coca e acqua. Popo si mangia un bel piatto di pasta.Ripartiamo, andiamo allo stesso ritmo e quindi decidiamo di proseguire assieme. La stanchezza nelle gambe comincia a farsi sentire.Dopo un sali e scendi, comincia finalmente la terza salita: altri 1300 m verso il colle Croce. Ci sono tratti veramente ripidi ma io e il Popo procediamo di buon passo. Ristoro e subito dopo lo spettacolo del lago d’Arpy. Purtroppo troviamo ad Arpy Manu: purtroppo per lui la gara è finita qui, dopo 52 km, causa problemi di stomaco.Con non poca fatica arriviamo ai 2381 m del Colle Croce alle 20.45 e prendiamo anche la discesa di buon passo.Arriviamo al ristoro di La Thuile poco prima che faccia buio. Un altro bel pasto caldo (pasta in brodo), tante facce segnate dalla fatica. Ci prepariamo per l’ultima salita dove verremo accompagnati non più dalla luce del sole. Maglia a manica lunga, frontalino e via, inghiottiti dalla notte. Il percorso è segnato a meraviglia. Bandierine con cartelli rifrangenti ci indicano la traccia da seguire. Si alternano tratti ripidi e tratti meno ripidi sulla strada poderale. Poco dopo il ristoro dell’alpe Youlaz vediamo una luce 500 m sopra di noi: è il Colle Arp. Popo ed io procediamo ancora bene, rifiatiamo un attimo, ci godiamo la tranquillità irreale di queste vallate e finalmente arriviamo all’ultimo scollinamento.La mezzanotte è passata da quindici minuti e per noi comincia l’ultima discesa. Le gambe sono affaticate, la stanchezza affiora e quindi scendiamo lentamente il primo tratto roccioso. Poi il sentiero si fa meno ripido ma riprendere a correre non è facile! Facciamo qualche metro di corsa giusto per cercare di sciogliere un po’ le gambe.Perdiamo lentamente quota e finalmente vediamo in lontananza le luci di Courmayeur. I 10 km dell’ultima discesa non finiscono mai, alla fine c’è una serpentina infinita di tornanti che ci conduce a Courmayeur. Ecco l’asfalto, la gente ci incita, io, Popo e un ragazzo che ci ha raggiunti in discesa cominciamo a correre, come se fossimo partiti da 5 minuti!L’ultima curva, l’ultimo sforzo, ecco il Centro Sportivo, il traguardo: è fatta!La stanchezza è tanta, la soddisfazione di più. Sedici ore e cinque minuti di fatica, ma soprattutto tanti momenti da ricordare!Doccia, massaggi, pasto e cerco di dormire un pochino. L’adrenalina è ancora in circolo e i dolori ai muscoli scivolano in secondo piano rispetto al senso di appagamento e di felicità che mi pervade.Vediamo il Pizza, ha fatto un garone, 11° in 13h30’. L’amico Preda purtroppo si è ritirato. Melacarne è soddisfatto. Giovannino arriva anche lui sotto le 17 ore. Loris stringe i denti e con orgoglio arriva in 18h30’.Sono stati 300 gli atleti al via e, come da pronostico, dominio per il “veterano” Marco Olmo che chiude in 10h17’51”! Molto bene il lecchese Stefano Colombo, all’esordio su queste distanze, con un buon 6° posto.

Concludendo…

Mi sono accorto che mi sono un po’ dilungato. Sicuramente le cose da raccontare erano e sono tante…Che dire: è stata un’esperienza bellissima, sport vero, tu da solo con le tue forze e le tue energie. Devi saperti dosare, capire i segnali del tuo corpo, reagire ai momenti di difficoltà, mantenere la lucidità. Sinceramente sul sentiero della prima salita mai avrei pensato di riuscire ad arrivare a Courmayeur. La mia soddisfazione più grande sta proprio qui: ho reagito a questo momento di “crisi” e mi sono ripreso con motivazioni ancora maggiori.Questi momenti sono stati impagabili, un’esperienza che ti lascia “qualcosa”, hai tanto tempo per riflettere e per “ascoltarti”.Sono contento di aver concluso questo trail, 87 km con +5100 m di dislivello. A detta di molti è più duro del Cro-Magnon. Se mi fossi ritirato probabilmente avrei abbandonato la volontà di correrne altri. Ora, invece, la certezza è che questo non sarà il mio unico trail!

La gara: GRAN TRAIL VALDIGNE
Data: 14/15-7-2007
Dove: Valdigne – Valle d’Aosta
Partenza/Arrivo: Courmayeur
Lunghezza: 87 km (secondo le ultime indicazioni del sito)
Dislivello positivo: 5100 m
Tempo massimo: 25 ore
Sito internet: http://www.grantrailvaldigne.it/

martedì 18 dicembre 2007

saintelyon - 07 - mudanda

tratto da:
http://www.ultratrail.it/e107_plugins/forum/forum_viewtopic.php?397

Per l'ennesima volta un'avventura che ti fa tornare a casa contento. Siamo partiti il sabato io e Dario da Venezia destinazione Lione per fare la 54^ edizione delle Saintelyon lì ci aspettava Andrea conosciuto al Mercantour 2007 ma la compagnia si è subito allargata. In pulman dall'aeroporto conosciamo Giovanni di Roma, persona eccezionale plurifinisher ovunque (Spartathlon, UTMB, Mercantour ecc....) poi Domenico incrociato anche lui al Mercantour 2007. Infine Galletto e tutti i suoi amici....lui è da poco tornato dal Grand raid de la reunion....insomma una bella compagnia con la quale abbiamo allegramente trascorso le ore di attesa raccontandoci le nostre avventure trail....se qualcuno si fosse preso la briga di sommare i km e i metri di dislivello dei nostri racconti avrebbe facilmente raggiunto cifre simili alla distanza tra la terra e la luna. Tutti pronti quindi per affrontare questa 54^ edizione della Saintelyon, 69 km tra sentieri e asfalto con 1300m D+ che per il 2007 propone un percorso modificato nel suo finale e, visti gli 8100 partenti, una partenza differenziata tra gara individuale e gare a staffetta. Ore 00:00 del 1/12/2007, sulle note di "light my way" degli U2, pronti via e l'avventura comincia i primi km su asfalto volano veloci, poi le prime salite verso St Christo en Jarez e Croix Bicoury punto più alto della gara (850m), a farla da padrona nei sentieri è il fango....tanto fango. Dopo il 30^ km (ristoro di St. Chaterine) il percorso diventa, come dicono i francesi, più "roulant", ma arrivare lì non è stata una passeggiata se vuoi spingere ne devi avere. Quindi ti ritrovi immerso nella notte a correre, a volte ti giri indietro e ti rendi conto che sei parte di questo lungo serpente di luce che sta segnando le Rhone-Alpes, a un certo momento per ignorare la solita vocina che mi sussurra dolcemente "...e stare a casa questa notte no?"...mi immaginavo su un aereo ad ammirare lo spettacolo di questa scia luminosa formata da 8100 frontali...e subito il pensiero della stanchezza e del freddo scompare. Dopo il ristoro di Soucieu en Jarrest al 46^ km cominci a sentire l'arrivo, il percorso ha molta discesa su strada per cui si mollano le gambe e via "a tutta" fino alla terribile salita di St. Foy de Lyon...lì i primi corrono...gli umani camminano gobbi con le manine sulle ginocchia. Superata questa ultima asperità si scende a Lyon, la trovo ancora avvolta nelle tenebre intenta ad ascoltare il rumore del Rodano che scorre pacifico. Mancano 7 km pianeggianti che si percorrono tutti costeggiando il Rodano una lentissima e gradevolissima agonia. Spingi gli ultimi km con le energie che ti sono rimaste e con l'amico Morfeo che ti rimprovera per non averlo venerato quella notte.....ma non fai nemmeno tempo a litigare perché c'è l'arrivo e quello è il tuo momento...e nessuno ti può impedire di godertelo.

ultra tour du mont blanc (UTMB) - 07 - mudanda

Caro amante della corsa in montagna ti sto per raccontare dell'Ultra tour du Mont Blanc, 163 km 8900 m 2007 D+ "LA GARA" e come dicono in tv "Mudanda c'è! Lavanda c'è! MONTANAIA RACING C'E'! . La partenza è da pelle d'oca 2339 persone che partono tra due ali di folla incitante......una carica incredibile. I primi 8 km sono pianeggianti e si corrono poi a Les Houches si inizia con la prima rampa. Stavo bene e già lì ho perso Lavanda mio fido compagno di gare, la prima discesa è su una pista da sci....facile....si arriva così al primo ravit, io ci arrivo in 3 ore Olmo&c in due...... da li iniziano 24 km di salita 1700 m D+ che portano al croix de Bonhomme niente di sconvolgente ma inteminabile....intanto si fa notte......alle tre sono al ravit sotto la discesa, molto brutta, fangosa, piena di canaletti....ho visto cadere un sacco di gente.........breve ristoro e si riparte....Col de seigne, Refuge Elisabetta, ........Courmayer dove arrivo alle 8:15 del mattino stavo bene nessuna crisi rilevante un unico grosso errore...durante la notte per coprirmi dal freddo avevo usato una k-way sudando abbondantemente.....a Coumayer dove c'è il primo cambio indumenti avevo abrasioni da sudore ovunque....la più fastidiosa sulla schiena dove appoggiava lo zaino e sotto le ascelle (si avevo messo la crema ma con il sudore va via).......ma sapete come sono fatto io......... mi sono detto "....dolore trascurabile....." e poi "....tu no puede terminar sin dolor.....".....per cui avanti...dopo Courmayer la gara prende un altro ritmo....le salite al rifugio Bertone e al col del grand Ferret sono molto simile a quelle del Mercantour....ripidissime e mozzafiato....comincio a sentire un po' di stanchezza...ma avanti.....arrivo sopra il col del grand ferret alle 16:30...in linea con un chiusura attorno alle 35 ore, da lì ti attendono 17 km di discesa......da lì sono iniziate le crisi di sonno.......da lì ho cominciato a capire la differenza tra una 100 km e una 163 km.......ma si va avanti a fatica ma avanti i pensieri cominciano a farsi sentire "......un'altra notte.....chissà se farà freddo......".......e le teorie sugli ultracorpi cominciano a prendere forma nella mia mente "....ho visto cose che voi umani non avete mai visto, bastioni incendiati sulle cinture di Orione....." basta poi non spegnersi come blade runner.......alla fine della discesa un po' camminata un po' corsa c'è un starppetto di 330m D+ che sulla carta dici "cazzata"........330m D+ in 1 km!!!!!!!!!! ti toglie nell'ordine: 1 polmone, 10 anni di vita......e poi mi ha fatto esaurire il vocabolario della bestemmia veneta dal medioevo ad oggi.....finita la salita si arriva a Champex...secondo cambio indumenti, qui arrivo all'imbrunire e mi preparo per la seconda notte....qui è come al ristoro del 75^ al Mercantour molti si ritirano...è il momento di non mollare....trovo ralf tedescazzo che avevo conosciuto alla via Marenca...voleva ritirasi....lo insulto per bene e me lo tiro dietro.......le due salite che seguiranno non ho alcun pudore a definirle le più dure mai fatte....la Bovine (dove è scattato Olmo) un 700m D+ in 3 km scarsi tra radici e rocce, la Catogne altri 800 m in 3 km dritti dritti.....a quel punto non ho più gambe.....cerco di correre la discesa verso Valorcine ma il dolore è enorme....arrivati a Valorcine mancano 17 fottuttisimi km di discesa mi imposto su 1 km di corsa 1 km di marcia....peccato che correndo in discesa andavo a 8' al km.......gli ultimi 3 km sono agonia pura, l'ultimo km lo corro con quelle energie che il corpo tiene solo per se quando realizzo che sono a Chamonix inizio a piangere, non riesco a trattenermi......poi giri l'angolo e c'è l'arrivo.....ho finito di piangere 30'dopo l'arrivo.

Alla fine 38 ore 52 minuti.

In conclusione è stupendo, l'organizzazione è perfetta, tifo ovunque e a tutte le ore quest'anno poi il meteo è stato divino e questo aiuta moltissimo. E' comunque una corsa folle molto molto più impegnativa di una 100 km.

Un bacione.

mercantour - 07 - mudanda

Ebbene sì caro Leonardo penso proprio che hai ragione: ti sei perso l'edizione del secolo del MERCANTOUR. Ti racconto la mia avventura. Parto il 31 maggio per il CRO MAGNON e nel bel mezzo della tormenta di neve sulla militare del col della Boaria conosco Thierry con il quale condivido la disperazione dell'annullamento della gara. Ci si saluta e rientro a casa in lacrime. Lunedì 4 giugno cerco disperatamente un'altro Ultra Trail da fare ma sai come sono queste cose: ISCRIZIONI CHIUSE, ISCRIZIONI CHIUSE ECC.... Non so cosa mi sia preso...a volte il destino è bizzarro... alzo il telefono e chiamo l'organizzatore del Mercantour....gli chiedo se c'è posto.....TUTTO COMPLETO DAL 1 DI FEBBRAIO!!!!!.... insisto e gli dico "dai per una persona e basta......sabato ero al CRO e mi hanno mandato a casa...." lui risponde "si c'ero anch'io"........era Thierry......gentilissimo. Detto fatto si parte per l'avventura parto giovedì 14 con la mia super punto 1200 cc 8v da Meolo (VE) passo la giornata per lavoro in val di Susa e poi verso sera via verso Cuneo, Borgo san dalmazio, Demonte, Vinadio, Colle di Lombardia..........St Martin Vesuvie (che viaggio). Arrivo verso le 21:45 entro in un alberghetto trovo una stanza chiedo di mangiare e.....mi riaprono la cucina per farmi la cena.....Incredibile troppo gentili....La mattina pago il conto e la signora gentilissima senza che io dica niente mi chiede se ho la camera per la notte. Gli dico di no (non avevo prenotato nulla) e lei si interessa e mi manda da un affittacamere a 8 km......incredibile questi non sono Francesi! Al ritiro del pettorale conosco Lamberto e Maurizio di Milano......non avevano prenotato niente...volevano dormire in macchina...ho diviso la stanza con loro. Ma veniamo alla gara. Si parte alle 4:00 del mattino il via lo da DAWA in persona che emozione! Primi 4 km su asfalto e poi via si iniziano le salite. Le prime rampe sono abbordabili si spingono via bene fino al pas de ladres tutto fila per il meglio, pensavo "una passeggiata". Dal secondo ristoro però il MERCANTOUR 2007 comincia a mostrare il suo vero volto, salite molto impegnative che non ti mollavano un attimo. Un primo tratto boschivo ripidissimo per poi arrivare fino alla sospirata forcella finale. Il passaggio sul pass du mont Colomb è stato terribile sia per la salita che per la discesa (LINK vedi pagina 6) una pietraia micidiale (infatti sono caduto). Si arriva così al cancelletto di metà percorso (tempo max 14 ore) dove c'è il ristoro e il cambio indumenti un respiro di sollievo. Il tratto che segue, quello compreso tra il Pount du Content e il Pass du Diable è il tratto più spettacolare della gara. Panorami mozzafiato, natura selvaggia......super spirito Trail.......troppo bello. La salita verso il pass de l'arpette è micidiale e interminabile, l'ho fatta tutta insieme ad un francese senza mai mollare....in cima ci siamo dati il 5...avevamo fatto qualcosa di grande....si passa per il refuge de le merveilles poi pass du Diable e poi giù lungo un interminabile traverso che porta verso il ravito del 75 km. Adesso è fatica pura questo tratto è interminabile. Ad una certo punto c'era una fontana con un cartello scritto a mano che indicava 6 km al ristoro.....ci ho messo due ore ad arrivarci correndo (non erano 6 km). A meno di non essere fenomeni al 75^ ci si arriva all'imbrunire,,,,,restano 25 km e circa 1800m di dislivello......è il punto dove non si deve mollare......lì si ritirano in molti, ci sono le macchine che li portano via....li vedì dentro al caldo che si spostano senza far fatica...l'invidia è forte......ma io ero lì per finire...io ero lì per stamparmi nel cuore questa avventura....e così al motto di "alea iacta est......'fanculo 'sti galli" si parte per l'ultima salita, ormai è buio e fa freddo....altra salita interminabile....e poi finalmente la discesa. Finalmente un c....! Una discesa della madonna, ripidissima da affrontare con il buio sono caduto almeno 20 volte.....ma alla fine......l'arrivo ce l'ho fatta 25h25'19"......era il mio primo ultra trail.......resterà nel mio cuore per sempre. Organizzazione perfetta, ristori giusti come numero e calorosissimi, percorso ben segnato tifo lungo il percorso......natura stupenda. Da segnalare che mentre l'organizzazione scriveva 102 km con 6600 D+ molti Sounto e Garmin hanno misurato 106 km 7300 D+.....ma non stiamo qui a guardare le virgole vero? Vorrei che venissero salutati i "compagni di via": Lamberto, Maurizio, Andrea e "Viterbo" (e chi si ricorda come si chiama). Vi ricordo che queste gare hanno un'anima e un codice di comportamento che non è quello delle 42 su asfalto...qui non ci sono passaggi da rispettare...l'unica cosa da rispettare è la natura!

UTMB 2007 - daniele cesconetto

tratto da:
http://www.trailrunningitalia.com/storie.htm

Il giro del Monte Bianco, è un itinerario permanente che gli “escursionisti normali”, effettuano nell’arco di più tappe bivaccando in tenda oppure pernottando nei vari rifugi che si trovano lungo il cammino. Questo finché, 5 anni fa, qualcuno ha avuto la brillante idea di organizzare un’ultra trail da compiere al massimo in 46 ore.
A pochi anni dalla nascita, questo evento è diventato un appuntamento cult nel panorama dell’ultramaratona europea e mondiale, richiamando a Chamonix migliaia di atleti.
Per rendere meglio l’idea, per questa edizione 2007 le iscrizioni si sono chiuse dopo 8 ore dall’apertura, per il raggiungimento del numero massimo di 2500 iscritti.
Il percorso ripercorre il perimetro della cima più alta d’Europa per un totale di 163 km e 8900 m. di dislivello. In pratica, un viaggio a piedi sulle orme di quello che è già diventato un mito non solo per l’alpinismo e l’escursionismo, ma anche per chi, della corsa senza fine ha fatto uno stile di vita.
Partenza venerdì 24 agosto ore 18.30 in un’atmosfera surreale con l’adrenalina a mille tra 10.000 spettatori accalcati sull’incantevole centro di Chamonix, e mi ritrovo attorniato da ultratrailer provenienti da tutto il mondo.
Sembrava quasi di essere ad un mondiale di trail, visto che c’era il meglio che si può trovare in circolazione; solo per fare qualche nome Marco Olmo, Vincente Delebarre, Gailord Thorpe, Dawa Sherpa, Christophe Jacquerod e Dean Karnazes… tutti fenomeni che non hanno bisogno di presentazioni. Durante questi anni di ultramaratone ho provato una miriade di sensazioni ma questa volta l’emozione e’ stata talmente intensa che a stento ho trattenuto le lacrime, quello che non sono riusciti a fare alcuni atleti che avevo al mio fianco e molte persone del pubblico… i discorsi di rito con in sottofondo una musica da gladiatori e, ….. la “battaglia” ha inizio!
Essendo sulle prime posizioni, anche se la corsa era lunga 163 km, è impossibile partire piano con l’adrenalina a mille nelle vene e cosi, bastoncini in mano, a tutta almeno finché non siamo usciti da due ali di folla.
Mi ritrovo cosi per i primi 8 km in compagnia di Marco Olmo, che con il suo andare “tranquillo” si lascia sfilare da tutti gli altri pretendenti alla vittoria finale; sicuro che “ tanto dopo li prendo tutti !!!“. Scambiamo qualche battuta finché arriva la prima asperità, “La Charme” e cosi io cammino e lui corre: “Bon vojage Marco !!”.
Una salita di 10 km e 852m di dislivello in gran parte su pista da discesa e con un panorama mozzafiato su sua maestà il Bianco versante francese a salutarci. Questo è stata l’ultimo paesaggio che sono riuscito ad ammirare nel giorno di venerdì 24 agosto, visto che dopo 7 km di discesa sempre su pista, sono calate le tenebre della notte e cosi anche il buio più totale.
Al 20 km a Saint-Gervais un bagno di folla trasforma il piccolo paese alpino in una torcida brasiliana… da brividi.
Ormai è buio pesto ed approfitto per accendere la frontale. Un mangia e bevi fino a Les Contamines (30 km) a 1150 m dove attacca la Croix du Bonhomme (2479 m) di 13 km.
Manca poco alle 22.00 e al controllo del chip, ecco lo stop per controllo del materiale obbligatorio nello zaino, comincia a fare freddino e cosi mi metto in versione invernale: via pantaloncini corti e t-shirt e su pantaloni lunghi, pile e k-way… dopo circa 10 minuti riparto e UTMB (Ultra Trail Mont Blanc ) entra nel vivo.
La salita all’inizio non era impossibile, ma noto che sono l’unico che corre, gli altri sono tutti al passo. Qualche tornante e faccio un esame di coscienza e decido che probabilmente c’è un “perché”, mi adeguo ai maestri francesi dell’ultramaratona e a passo spedito sotto la spinta dei bastoncini, procediamo verso la vetta. Scende la notte, è la luna piena a tenerci compagnia sotto un cielo stellato, un vento gelido in viso a tenerci svegli e il pensiero a casa a chi sta seguendo la gara (con il pensiero o su internet) di questi gladiatori del tempi moderni.
Raggiungo la cima verso 00.30 e seguo le luci che mi precedono in discesa.
Qualche centinaio di metri e… comincia una discesa che si vede solo nelle skyrace di 20 km tecnica, ripida e in gran parte su un torrente che scende dal ghiaccio.
Ogni tanto sento il crepitio dei bastoncini che sbattono nella pietraia e il francese di turno che vola ginocchia all’aria. L’imprecazione più comune: MERD !!!
In qualche modo e molto lentamente arrivo a Les Chapieux ( 1546m.) dove parte Col de la Seigne (2516m). 10 km di lunghezza e circa 1000m di dislivello dove capisco perché i francesi in salita camminano… perché e l’unica cosa da fare se si vuole arrivare a Chamonix con le proprie gambe. Dopo qualche km ecco le prime crisi: a circa 2000 m trovo seduto in un masso tra la neve, un atleta che paga il conto di “una partenza troppo allegra” in pantaloncini e maniche corte, gli chiedo se ha qualche problema e mugugna qualcosa di non ben decifrabile. Poco più avanti un altro… e poi un altro ancora: la dura legge di sua maestà il Bianco cominciava a mietere vittime.
Le ore passavano e, scollinata la Seigne, raggiungo Courmayeur alle prime luci del giorno verso le ore 06.00 (77 km dalla partenza) dove trovo una ragazza giapponese che dorme sul ciglio della strada con lo zaino sulla schiena.
Il centro cittadino, desolatamente vuoto, fa da attacco al rifugio Bertone (1989m), 5 km di salita su sentiero modello “non finisce mai !!!“ e poi su falsopiano fino al rifugio Monatti: anche se sento che comincio a dare segni di squilibrio e ad essere cotto, noto tristemente che il versante italiano è quello più sporco con confezioni di generi alimentari sparsi un po’ dappertutto sul sentiero... che caso !!!
Arrivo al Bonatti in piena crisi di fame, mangio tutto quello che mi era rimasto nello zaino con obiettivo il fondo valle Arnuva. Avevo sentito parlare “male” di quello che ci aspettava dopo Courmayeur ma non pensavo fosse cosi duro.
Ad Arnuva (1769m) comincia la salita più dura: Gran Col Ferret (2537m).
Una salita di 3,5 km modello “direttissima” da incubo, infinita, che dopo 94 km sulle gambe… e indescrivibile !!!
A fatica arrivo in cima, comincio la discesa e sono talmente fuori uso che non riesco quasi più a correre nemmeno in questo terreno.
Penso che non e’ possibile (mi mancano più di 60 km all’arrivo) e cerco di trovare una tecnica per rimediare alla situazione: porto il peso in avanti e con i bastoncini faccio in modo di non cadere.
Vado ormai avanti per forza d’inerzia e tra una salita, discesa, salita e discesa arrivo a Chapieux-Lac 122 km dalla partenza.
Ormai non mi rendo nemmeno conto che ore sono, sento solo che fa un freddo bestia.
Controllo l’orologio e sono le 15.00 e un sole stupendo con circa 25° gradi… sono sempre più fuso che, sono costretto a rimettermi addosso i pantaloni invernali che avevo tolto al rifugio Bertone. Tempo di mangiare qualcosa e riparto.
Vedo che non e’ che i miei colleghi se la passino meglio di me: piedi distrutti dalle vesciche, crampi e schiene distrutte dallo zaino.
Dopo tutto io non sto poi cosi male, semplicemente non vado più avanti… in compagnia di un ragazzo svizzero e un francese comincio la “Bovine”: salita modello “ arrampicata-ferrata”.
Ormai mi trascino solo con la forza di volontà, Trient 137 km, salita della Catogne, Vallorcine 147 km, Argentiere 153 km …… 10 km all’arrivo… ormai e’ fatta!
Compongo un treno in compagnia dello svizzero e con l’aiuto dei bastoncini anche in pianura, riusciamo a correre fino alla periferia di Chamonix, mi parla in inglese ma, nelle ultime ore non capisco nemmeno l’italiano figuriamoci l’inglese !!!
Andiamo al passo per qualche centinaio di metri, per gustare questi ultimi minuti di queste 29h 35’ 05” dove si sono raggruppate tutte le sensazioni e emozioni che un ultramaratoneta può provare.

Ho schedato due categorie di atleti che partecipano a quest’avventura:
la prima sono “i fenomeni”, che sono i primi 30 classificati e cioè i nomi sopraccitati;
la seconda sono “ quelli con le palle quadrate “; a questi la classifica conta ben poco, la sfida è contro se stessi, costretti ad interminabili camminate per raggiungere la cima, ed interminabili camminate per raggiungere il fondovalle e questo fino alla fine entro il tempo massimo… come dicono i francesi: “chapeau”, giù il cappello!!!.
Sarà impossibile vedere ancora quello che ho visto in questi due giorni: alla partenza, parenti e amici con le lacrime agli occhi; sul finale concorrenti che si sono trascinati all’arrivo con la sola forza mentale e scoppiare in un pianto liberatorio.

Questa e’ una delle mie vittorie personali più belle e, di solito, le vittorie vanno dedicate.
Io questa la voglio dedicare a tutte le persone che durante questi anni ho conosciuto e che in qualche modo hanno “creato” il Daniele Cesconetto che conoscete adesso.
Con i miei Amici con cui condivido questa magnifica passione che e’ la corsa sulle lunghe distanze…
Con chi mi alleno durante la settimana…
Con chi condivido, durante i fine settimana, ore ed ore su sentieri e asfalto in giro per l’Italia..
Con chi mi ha accettato per quello che ero, ma anche con chi non lo ha fatto ……..
Con Paolino, Remo, Ivan, Gianni, Stefano, Enrico, Lorenzo, Alessandro, Marco ……
Con Mario Pisani, Roberto e Alfio che non ci sono piu’ ma….. che stanno sicuramente organizzando qualche ultramaratona lassù …
Ma anche…
Con chi alla mattina beve il caffè nel bicchiere e guarda i dvd di Lupin …..
Con chi porta a passeggio il cane tre volte al giorno …..
Con chi mangia solo pizza margherita o melanzane grigliate …
Che a modo loro corrono con me….
Con chi mi accetterà (almeno lo spero) per quello che sono …
J’LL NEVER RUN ALONE

la via marenca - 07 - daniele cesconetto

tratto da:
http://www.trailrunningitalia.com/storie.htm

97 km e 4734 m. di dislivello… non sono dei numeri sparati a casaccio, ma sono semplicemente i numeri che ha tirato fuori dal cilindro quel fenomeno di atleta di Lorenzo Trincheri nell’organizzare il primo ultra trail sopra i 50 km svolto interamente in Italia. Come si poteva mancare ad una competizione che e’ gia entrata nella storia dell’ultramaratona ?
E così, finita la quotidiana giornata lavorativa, sabato 21 luglio si parte alla volta di Dolcedo (Imperia) e i circostanti monti dove avra’ sede la “ 1° Battaglia Imperiale” ovvero “La Via Marenca, la via che porta al mare”.
Circa 6 ore di viaggio e, arrivati a destinazione, non ci resta altro che aspettare pazientemente, preparando gli ultimi dettagli, la mezzanotte ora di partenza.
Ho vissuto personalmente questa competizione, oltre a essere una vera e propria avventura, come ultimo banco di prova di un certo livello prima di intraprendere il lungo ….. anzi lunghissimo “viaggio” all’Ultra Trail Mont Blanc.
Quattro chiacchiere e una bella mangiata con un pasta party al pesto ed eccoci nel suggestivo borgo della Val Prino, carichi di adrenalina come dei boiler (come dice il buon Luca Zava). Sara’ la sincera amicizia che mi lega al Trik, ma era da tempo che non sentivo le sensazioni che ho provato negli ultimi attimi che precedevano la partenza. Zaini, ghette, berretto, pila frontale accesa (casco allacciato e luci accese anche di giorno !!!) e come un centinaio di cavalli imbizzarriti partiamo.
Qualche passaggio nel suggestivo centro storico di Dolcedo e si lascia la strada per cominciare l’impresa con la "I" maiuscola.
Il primo obiettivo era quello di arrivare al monte Saccarello al 37° km conquistato dopo 6 ore, che con i suoi 2200 m di altitudine era il punto piu’ alto di tutto il percorso.
Tra strade forestali, mulattiere e sentieri piu’ o meno tecnici, il viaggio continuava verso Caserme di Marta (1983 m).
Lunga discesa di 12 km su pietre ed eccomi all’attacco della penultima salita, il monte Ceppo (1627 m).
Il sole già alto cominciava a dare i suoi effetti e dovevo cosi centellinare le mie riverve d'acqua, onde evitare spiacevoli sorprese.
Pensavo costantemente a una Red Bull fresca o alla meno peggio a un’acqua e menta (con acqua naturale !!!!), ma all’orizzonte non vedevo altro che boschi e boschi. Arrivo a valicare il Monte Ceppo con una temperatura infernale e dopo una doccia con tanto di zaino in spalla riparto verso l’ultima asperita’: il Monte Veina a 992 m.
Altra lunga ripida discesa su cemento fino all’abitato di Badalucco ed ecco davanti La Bestia.
Questa ultima salita l’avevo provata in compagnia di Lorenzo a gennaio durante una breve ricognizione del percorso e già si poteva capire la difficolta’ di questi 8 km… affrontati dopo circa 80 km sulle gambe.
Tra lunghi tratti al passo e pochi tratti di corsa (sofferta !!!), un cartello rigenerante che citava “100 metri al Passo Veina – Ristoro“ mi faceva capire che l’impresa era li a pochi passi. Una decina di km su pietraie ed eccomi in solitaria dopo 13 h 09', a completare una delle gare piu’ dure a cui abbia preso parte tra le 150 che ho concluso.
Si dice che nella vita ci sono 10 cose da provare; una e’ guidare una Harley Davidson, una terminare la Marathon Des Sables, la 9 Colli running e... La Via Marenca !!!!!
...per le altre 6 a voi la scelta.

porte di pietra - 07 - krom

tratto da:
http://krom-runner.blogspot.com/2007/10/porte-di-pietra-2007.html

Già ventiquattro ore dopo resta la convinzione di non avere fatto nessun impresa.non fraintendete, pensate: l'impresa presuppone un evento irripetibile e straordinario, frutto di lavoro, certo, ma anche di condizioni ambientali ideali. E invece no, niente di eccezionale. poteva non essere scontato alla vigilia, ma, alla fine, i conti tornano con ciò che sono e ciò che ho fatto in allenamento. né più né meno.durante tutta la gara non ho ceduto di un attimo, non un secondo ho pensato di essere al limite, non un secondo ho pensato di essere un pazzo, mai ho pensato al ritiro.questa è la cosa che più mi ha stupito. giungere al 53°km, sentirsi dire "ancora 15km" e pensare di avercela fatta. e chiedermi se era davvero così incredibile pensarsi ultra. e piangere leggendo un messaggio di barbara che mi incitava...[...]ma andiamo con ordine.la val borbera è incantevole, selvaggia, costellata di villaggi e paeselli piccoli, con poche strade, tantissimi boschi che iniziano a colorarsi d'autunno. in autunno ci siamo già, non serve il calendario per scoprirlo, il cielo è triste, i colori resi slavati dalla pioggia, pare triste un po' tutto qui.non è triste il ritrovo dell'organizzazione, gli "orsi" sono pimpanti, appassionati del trail fino al midollo, e subito si entra in sintonia, tra tutti i partecipanti e loro, checco, fulvio, il colonnello (che non è orso, manco per metafora) e gli altri di cui non so i nomi. controllo dello zaino, pettorale, briefing personalizzato (prodigi di viaggiare assieme ad un quasi top :) ), facciamo due passi in attesa della cena, fuori fa freddino, c'è un vento...la cena è breve, ma c'è il tempo per ridere e divertirsi per i "discorsi" del colonnello, non possiamo deludere quest'uomo! dico a Francesco, addirittura si improvvisano alcuni ballerini/e sulle note di disco dei 70. mentre noi ci si prepara per l'indomani e la notte.infatti si dorme qui nella palestra... ma tra pernacchie, agitazione, scomodità della branda, rumori dei ragazzini fuori, gente che va e viene dal bagno, la pioggia fuori... insomma sono nervoso e dormo poche ore.arrivano le tre, sveglia, musica in sottofondo (cos'è? boh, roba da new age pare O_o), colazione offerta (c'è da mangiare a stufo), ultimi preparativi e via vestizione: salomon d'ordinanza (grip ormai logoro, ma comodità assoluta e imbattibile), pantaloni a 3/4, maglietta maniche lunghe aderente. niente impermeabile, niente micropile: il ragionamento è che il sole arrivi (come le previsioni avvertono) e spazzi via umidità e nuvole. povero illuso! zaino, lascio in borsa i bastoncini: Massa mi consiglia, se sei abituato prendili, altrimenti non sono necessari, bene un peso in meno.fuori nel piazzale, freddo, buio e pioggia, fine, ma rompipalle, vabbé dai non è la fine del mondo, parti solo per un ultra... :Pfumogeni, l'ultimo incitamento del colonnello, via. giro largo in paese per sgranare il gruppo, prime salitelle, discese. tutti parlano con i compagni come per dimenticare un po' quello che stiamo per fare.il superamento della passerella in legno. in fila indiana, scivolosa, ma ben illuminata da un generatore, ci si arrampica subito su un sentiero sdrucciolevole attrezzato. il serpente dei trailer si muove con difficoltà, la salita è irta, il terreno è uno scivolo, difficile prestare attenzione ai piedi e assieme ai segnali: si segue chi è davanti. capita che andiamo fuori percorso come un gregge di pecore e si ritorni indietro per ritrovare i segni.capita anche che resti indietro dal gruppetto perché non ci veda comunque una cippa e il legaccio della salomon si sia allentato per l'attrito del fango e mi scappa la pipi. è già passata un'ora. e sono già solo. e c'è buio pesto e c'è la nebbia. ogni 50 mt c'è un segnale se non lo trovate significa che avete sbagliato, avanzo con cautela, per fortuna che qui mi pare di essere su una strada forestale. qualche km e poi vedo il primo check point. con un bel faro che mi fa capire di essere ancora sulla terra, sistema solare.di nuovo buio e di nuovo nebbia. forte. e piove. arrivo brancolando in uno spiazzo che non ha sbocco, poi una luce di qua! è Fulvio Massa, corricchia con me, mi chiede come è andata che il tratto fatto era il più pericoloso. mi raggiunge una ragazza, è veronique un'amica della campionessa corinne favre anch'essa presente. non so una parola in francese, lei almeno qualcuna in italiano e ci si scambia qualche battuta. ci sosteniamo quando ci pare di non avere più visto bandierine e insieme sbuchiamo nell'alba più livida, ma anche più attesa. e assieme corriamo veloci su saliscendi, un checkpoint con acqua, dove mi cambio la maglia inzuppata e via. salite e discese si alternano in bellissimi boschi di faggio, noccioli, querce e castagni. con la nebbia intrappolata a banchi. il sole da l'impressione di sbattersene di un centinaio di pazzi, veronique dice che si ritirerà a metà, che senza sole non le va di continuare, che è il suo debutto sull'ultra (anche il mio sigh!) , che corinne le aveva detto che era facile. ora, sarà uno stereotipo anche logoro, ma una francese che ti dice "ecco qui la t-R-accia", beh, un po' di effetto lo fa e un po' mi dispiace che voglia restare indietro... pensieri in liberta all'approssimarsi dei 30km. :)intanto i colli brulli di pascoli si alternano a stupendi boschi silenziosi e scuri dove il tuo respiro e il martellante ritmo del cuore paiono fragorosi e assordanti. veronique dice di andare che lei tra poco si fermerà. è il monte antone? boh! bella discesa veloce e poi vedo il ristoro delle capanne di carrega.bene, la prima parte è conclusa. viene il difficile, le cime più alte, le salite più lunghe. mi pesano, questi pascoli a perdita d'occhio, crinale tra le province di genova, piacenza e alessandria. mucche stranite, e mastodontiche, mi guardano perplesse mentre cerco di non perdere il passo. tra il 40 e il 50km mi aspetto che venga la mia crisi. invece no, forse vorrei che venisse, una scusa per ritirarmi. no, il corpo ordina al cervello di proseguire: non è il caso di inventarsi niente, stupido cervello, dice lo stomaco. non mancano millanta km e faccio due conti sull'acqua che ho bevuto. ha senso portarsi dietro 1,5kg di ormai inutile liquido? no. scarico quasi tutto per terra. e si parte per l'ultim decisiva e imponente salita, il monte Ebbro (1700m) anche qui spoglio, con pascoli e arbusti profumati, timo pare, se avessi tempo guarderei meglio. la salita impone concentrazione. credevo dovesse durare di più. alla croce due secondi di recupero fiato. poi giù a tuffo in un bel pratone con ciuffi pettinati. bosco con fango nervosetto. rifugio orsi ultima stazione di acqua. due salite non importanti e poi discesa. nel bosco c'è da alzare gli occhi i cambi di direzione sono numerosi e solo per poco non imbocco una strada sbagliata. fuori dal bosco si impone l'ultima e definitiva salita, il giarolo. c'è un nebbione forte e la salita è lunga, ma non ripida. vorrei correre, ma inizio ad essere stanco, mi spinge il fatto che manchi poco. arrivo in cima dove stazionano diverse imponenti antenne. inizia il discesone. che affronto a spron battuto. tanta grinta ho in corpo che mi lancerei contro qualunque cosa. sventaglio le leve sul fango. ci sono mille metri di dislivello da fare in 8-9 km. ok per i primi, poi iniziano a rompere, ma non mollo, assolutamente non devo mollare. corro sempre più veloce, sempre più felice, non vedo neppure una deviazione e per 400-500 m non mi accorgo di essere su una strada sbagliata. non devo essere stato l'unico, la gente del posto vedendomi alterato - visibilmente incazzato - dice è giusta, è giusta, sono passati altri prima di te. già :PPPpppPPP, sbuco sulla provinciale 2km a monte di cantalupo...bestemmie. ma non resta altro che darci dentro sull'asfalto. sembra facile, ma le gambe, dopo una discesa così sono di marmo e per quanto mi sforzi vado pianissimo. vedo il campanile, poi il cartello, poi la mongolfiera dell'arrivo... ci sono!!!!e non mi importa se quei tre o quattro che avevo superato sono già lì che mi aspettano. :Psporco e sorridente stringo le mani a tutti quelli che mi si parano davanti, persino a Marco Olmo, intimidito e perplesso da tanta veemenza. bevo. mangio, doccia, due parole con veronique che ritrovo al bar che si tracanna una birra. la imito. la voglia di birra (anche se è una squallida moretti d'ordinanza) il desiderio più "folle" che provo in gara e allenamento. e va giù che è un piacere. nonostante sia tutt'altro che buona :) sono felice. perché mi pare che sia bastato poco per ottenere questa felicità e non vedo l'ora di parlarne, di condividere, di scrivere questo blog, di essere prolisso all'infinito e stufarvi e mettere alla prova la vostra resistenza di lettori (ultralettori, esiste?).ora il cro? prima avrei detto che ci avrei pensato. ora, no. sono convinto.un grazie agli orsi che hanno allestito una gara come solo degli appassionati sanno fare dimostrando anche una notevole capacità gestionale. complimenti!

dolomites skyrace:due road alle porte del cielo - 07 - franz rossi

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/Dolomites%20SkyRace.htm

Notizie dall'inviato.In effetti la Dolomites Skyrace, corsasi a Canazei domenica 23 luglio, con i cancelli stretti che chiudono fuori molti amatori e l'aura che ogni competizione "mondiale" si porta dietro mi vedeva ai nastri di partenza più come cronista che come atleta...
Il circo del Campionato Mondiale di SkyRunning è per molti versi simile a quello della Formula 1: una serie di eventi che si svolgono in diverse zone del mondo, dalla Spagna al Messico, passando per l’Italia che vede due competizioni e mezza (la Dolomites SkyRace, il trofeo Scaccabarozzi sulle Grigne e una gara a cavallo con la Svizzera, la Valmalenco).Ci sono figure di spicco, nomi famosi e uno sponsor che caratterizza tutte le manifestazioni.Ma i punti di contatto finiscono qui.
Poi c’è la corsa, gli atteggiamenti un po’ guasconi dei montanari moltiplicati dallo spirito goliardico che anima tutti gli amanti delle nuove discipline sportive, specialmente quando sono considerate “estreme”, la bellezza silenziosa e imponente dell’ambiente montano che ci accoglie e sopporta.
La mattina del sabato passeggiavo per il centro di Canazei, spiando con gli occhi le vette intorno e cercando di capire quale fosse il Piz Boè meta della gara.Le nuvole passavano veloci preannunciando una temperatura favorevole ma Giove Pluvio beneaugurante non basta a tranquillizzarmi. E’ una gara dura, 10 km in salita per un dislivello di 1700 mt e poi 12 km di discesa per altrettanti metri fino a ritornare al punto di partenza, la piazza di Canazei.In mezzo prati, ghiaioni, alcuni passaggi in cui bisogna appoggiare le mani alla roccia.Il record della corsa è di poco inferiore alle 2 ore e 10 minuti. Il tempo massimo concesso 4 ore e 15 minuti.
Al ritiro dei pettorali vado con la famiglia. Mia moglie guarda stupita questi runners provenienti dalla Spagna, dalla Gran Bretagna, dal Sudamerica e – ovviamente – dall’Italia.Si parlano tante lingue ma ci si capisce al volo. Si parla di scarpe, di bastoncini da portare o da lasciare, della giacca a vento che da questa edizione è diventata obbligatoria.Mia figlia si impossessa della sciarpa-bandana, un omaggio della Buff, sponsor ufficiale, realizzata apposta per la gara. La lascio fare, io ho puntato una maglia in pile con il logo della Dolomites SkyRace e pregusto il momento in cui la sfoggerò con gli amici: piccole vanità subito ridimensionate dal pensiero di non riuscire a restare nei tempi.
Passa un’ora e mi telefona Franco Valsecchi, altro Road presente alla gara insieme ad un po’ di amici della DRS, la lista internet di podisti.Lo raggiungo all’ufficio gara, questa volta da solo, lasciando la famiglia in camper a godersi un po’ di meritato riposo. E’ un modo per assaporare di più l’ambiente. Con Franco incrocio Francesco, entrambi belli carichi di adrenalina.Nell'elenco degli iscritti ci sono nomi mitici, alcuni già conosciuti di persona come Bruno Brunod e Pietro Trabucchi, altri di cui ho solo letto sul web o sulle riviste specializzate.
La sera ceniamo con la mia famiglia e andiamo in piazza a vedere la presentazione dei top runners.Si inizia con il filmato (presente anche su www.dolomiteskyrace.com) che fa letteralmente venire i brividi e poi c'è la presentazione del percorso. Strappo a mia figlia una promessa di non raccontare troppo alla madre e andiamo a dormire carichi e contenti.
Il mattino dopo, sveglia alle 6.30, colazione, preparazione di rito e passeggiata verso la piazza del paese.Il sole appare e scompare, ma la temperatura è perfetta e in canotta e pantaloncini del Road non sento freddo.Ho in vita la borraccia con legata sopra la giacca a vento. Ho optato per non portare i bastoncini con i quali non ho esperienza. Il pettorale mi stringe, denunciando fin da subito quanto il mio fisico sia inadatto a queste competizioni, almeno a questi livelli.Sotto lo striscione dello Start incrocio Franco e Francesco e facciamo un po’ di riscaldamento, subito interrotto dall’incontro con Bruno Brunod. E’ un campione, lo ha dimostrato mille volte, l’ultima questa estate quando è quasi riuscito a salire di corsa sull’Everest. Ma per me lo dimostra ancora di più oggi, quando salutandoci ci dice sereno: “Non sono riuscito ad allenarmi quanto avrei dovuto, quindi non posso aspirare a grandi risultati. Ma la gara è bellissima e ogni volta che indosso il pettorale io mi diverto!”, modestia e semplicità.Bruno continua dandoci alcuni consigli sul percorso, subito dopo il Piz Boè la discesa è tecnica, bisogna fare attenzione...
Troviamo gli altri DRS: Gianluigi da Milano, Cristiano, Stefano, Riccardo da Venezia e Treviso. Siamo un bel gruppetto, entrati nella gabbia ci posizioniamo dietro a tutti e aspettiamo il via.L’elicottero giallo e rosso della televisione (e del soccorso alpino) si alza e con lui la corda che dà inizio alla nostra avventura.Corro sciolto vicino a Riccardo, il più lento dei nostri, passiamo la piazza, giriamo a sinistra e ci infiliamo in una strada in salita (ma guarda che bella quella casetta decorata), la strada presto si trasforma in mulattiera e comincia ad inerpicarsi.Qui in una gara normale si inizia a camminare e io comincio a guadagnare posizioni, invece sono ancora ultimo… nessuno molla. Magari si infila qualche metro di buon passo nei punti più ardui ma poi si riprende subito a correre.Si sale fino ad una strada asfaltata, il primo dei tornanti del Passo Pordoi reso celebre dalle imprese epiche dei ciclisti nei tanti Giri d’Italia, ma l’asfalto è tabù, si percorre la massicciata e si supera di slancio la strada per affrontare un altro tratto su mulattiera e poi l’inizio della pista da sci.
Curioso percorrere una pista come questa in senso contrario e senza neve. I ponti in legno portano le tracce dei puntali dei bastoncini e rimbombano dei passi di noi podisti.Arranco e non mollo, punto un atleta un po’ più avanti. I pettorali sono stati assegnati in ordine di nascita: più si è vecchi più alto è il pettorale. Io con il mio 332 su 450 iscritti mi piazzo nella seconda metà, ma il 391 mi sembra irraggiungibile.Non fa caldo ma sudo molto per lo sforzo. Cerco di dosare le energie, di correre in soglia e di arrivare prima possibile all’Hotel Pordoi. Subito sopra ci sarà il primo cancello orario: 1 ora e 5 minuti.La mia strategia di gara è semplice: cerco di mettere un po’ di fieno in cascina fino al primo cancello. Lì decido in base al tempo se prendermela un po’ più comoda o se continuare a spingere.All’Hotel Pordoi arrivo bene, supero agilmente una ragazza inglese con un paio di pantaloncini del colore della Union Jack, supero anche un paio di runners che avevo nel mirino già da una decina di minuti, e vengo superato dal pettorale 401 (complimenti). Mi rendo conto che i bastoncini aiutano molto in salita, atleti che supero agilmente appena cala la pendenza mi riprendono spingendosi con i bastoni. Altro appunto mentale per la prossima gara in montagna.
Finalmente in alto (e come potrebbe essere diversamente) vedo il Passo Pordoi, 2238 mt slm, 788 metri saliti dalla partenza (per uno sviluppo orizzontale di 5,8 km), spingo, sbuffo, vedo il ristoro, trangugio un bicchiere di tè e uno di acqua e guardo il cronometro 58’20”. Non c’è tempo da perdere, affronto la salita di buon passo e rincorro i concorrenti davanti a me. Il terreno si è fatto più ripido e sabbioso. I piedi scivolano indietro ad ogni passo, i bastoncini mi mancano ancora di più. Cerco di concentrarmi sul passo, sui punti in cui poggiare i piedi, spio chi mi precede. La terra cede il passo alla ghiaia rocciosa, guardo un attimo in alto e scorgo lontanissima la forcella del Sass Pordoi e il serpentone di atleti che mi precede. Guardo in basso e la coda dietro me è stata troncata al cancello inferiore. Il piede perde l’appoggio e scivolo, mi maledico e mi concentro di nuovo sulla corsa. Accelero il più possibile con la paura di restare chiuso fuori dal cancello dell’ora e cinquanta.
Fatica. Sudore. E gente che applaude sul sentiero, gente di montagna che sta percorrendo la nostra stessa strada, che riconosce la fatica che ci vede in faccia, che è in marcia da alcune ore solo per poterci applaudire, che ci cede volentieri il passo, anche a noi che chiudiamo la fila. La solita bugia: "Dai che andate bene, siete in forma, non mollate!"
Ho deciso di non guardare l’orologio per non forzare il passo, ma raggiungo uno stanco “collega” di salita che bofonchia all’amico parole di conforto: “E’ passata 1 ora e mezza ce la possiamo fare”.Anch’io sento a portata di mano l’impresa. L’unico traguardo adesso è la forcella da cui sento provenire urla esaltanti e rauchi richiami di corvi. Spingo appoggiando con le mani sulle ginocchia, sposto tutto il peso in avanti in modo da avvantaggiarmi della forza di gravità. E finalmente, dopo l’ennesima curva, alcuni scalini tracciati con il legno mi conducono alla forcella. 2829 mt, 591 mt di dislivello dal Passo Pordoi, per solo 1500 metri di sviluppo lineare, meno di quattro giri di pista.
Le grida della gente mi aiutano, guardo l’orologio 1:40 sono salito molto bene, meglio di quanto pensassi, ma adesso cosa mi aspetta? Prendo tempo al ristoro. E ripenso al Trail del Bangher la scorsa domenica, all’interminabile e penosa discesa.Dopo la forcella il sentiero ci porta su un altopiano “lunare” dove regnano il vento e la pietra. Lo sguardo spazia lontano e il tempo assume un altro ritmo.Torno a correre di nuovo dopo quasi un’ora di faticosa salita. Ritrovo il ritmo, il sentiero, pur stretto, è bello sgombro e si può andare. Il fotografo ufficiale mi riprende mentre supero un podista che inciampa e vola e si rialza in un balletto aereo. La salitina mi conduce alla fine di una spaletta rocciosa, superata la quale scorro con lo sguardo il nuovo panorama e la nuova sfida: il Piz Boè, 3152 metri di altezza.
La filosofia che sta dietro allo SkyRunning è semplice: da un paese di montagna di sale di corsa in cima ad una montagna che sovrasta il paese e si torna giù nel minor tempo possibile. Il Piz Boè è il mio prossimo obbiettivo. Dopo di lui non ci sarà più salita ma solo la lunga discesa verso valle.Il respiro è sciolto, non sento l’altezza o per lo meno non mi sembra di sentirla. Supero agilmente alcuni tratti impegnativi, affondo il piede nella neve mentre supero un nevaietto e affronto un salto con un tratto di ferrata. Mi isso lungo la corda, supero un gruppo di escursionisti tifosi che si sono bloccati su un passaggio difficile. Il cuore mi si gonfia d’orgoglio entrando nelle loro menti e immaginando i loro commenti. E’ una sorta di auto esaltazione. E si sale… si sale… cedo il passo ad un concorrente che mi raggiunge proprio mentre incrociamo dei suoi amici che lo incitano. Dall’alto sento chiamare per nome un altro corridore. Mi manca il supporto personalizzato, vorrei poter contare su un volto amico. Questi ultimi 323 metri di dislivello sono belli tecnici, la roccia è solida e il percorso ben segnato e corredato di funi nei posti più esposti. Però i quadricipiti tremano per lo sforzo e anche un singolo passo diventa difficile.
Dall’alto una ragazza mi grida “Forza Francesco che ce l’hai fatta!”, l’organizzazione (impeccabile in ogni punto) raggiunge l’apice in queste cose. La ragazza ha in mano l’elenco degli iscritti, spia il mio pettorale, scorre la lista e mi incita per nome. L’ho potuta ricambiare solo con un sorriso, mentre passavo oltre e raggiungevo il ristoro in vetta al Pizzo.
Ed ecco la discesa, la tanto temuta discesa. Mentre scendo i primi metri il cuore mi si allarga, il passo ritrova il ritmo che mi era proprio quando da ragazzo calcavo le Dolomiti nelle escursioni estive. I ghiaioni lungo i quali scivolare, i balzi da una roccia all’altra, rimbalzando via leggero, la sicurezza del passo. Gli incubi si dissolvono mentre acquisto parimenti velocità e confidenza. Data la velocità dei concorrenti i volontari che segnano il percorso devono essere più numerosi. Gli escursionisti ci guardano come fossimo dei pazzi e ci cedono il passo. Quelli che salgono si fermano nelle curve del sentiero, quelli che scendono non fanno a tempo a spostarsi che vengono aggirati. Una curva secca e il sentiero precipita verso valle. Dei tronchi tracciano la strada e forniscono utili appoggi. Qui il primo è volato tentando di tagliare per la massima pendenza, io prudentemente rallento, per poi riprendere subito il passo e saltare gli ultimi gradini di roccia prima del Rifugio Boè.
Da qui fino a valle è un alternarsi di sensazioni forti e di immagini che scorrono accelerate.Il canalone dal quale risale l’elicottero come si vede in molti film d’azione, la serpentina del sentiero che diligentemente seguo mentre una forte atleta spagnola appoggiandosi ai bastoncini taglia per la massima pendenza, l’alternarsi al comando con un concorrente di pari forza entrambi attenti a non scaricare pietre su chi ti precede, lo sguardo triste del pettorale 180 che infortunatosi al ginocchio deve scendere lentamente a valle mentre vorrebbe saltare lungo le pendici, i 500 metri lineari in cui si scende per 500 metri, una specie di scivolo naturale (unica mia caduta della giornata), i pini mughi che tolgono il respiro e nascondono le insidie del sentiero, ma soprattutto l’ultimo sguardo riverente verso il Piz Boè che altissimo ti conforta sull’impresa appena compiuta.
E infine il sentiero spiana, mancano 4 km, meno di due giri di Montagnetta, le unghie dei piedi mi dolgono ad ogni passo, eppure guardo il cronometro e penso che sicuramente finirò in classifica, forse potrei stare sotto le quattro ore.E aumento il passo e non mi fermo più a camminare, anzi in discesa lascio correre le gambe incurante delle fitte, e ritrovo le case di Canazei, supero ancora un concorrente ed accelero per non farmi raggiungere a sorpresa, e finalmente l’ultima curva e il traguardo. 3 ore e 45 minuti. Sono soddisfatissimo.Lo speaker ha annunciato il mio arrivo chiamandomi per nome e cognome e dichiarando la società Road Runners Club Milano, da oggi anche un po’ Trail Runners Club, mia figlia e mia moglie non mi aspettavano così presto (un po’ di pre tattica mi aveva fatto dichiarare un tempo di 4:15).Anche Franco è all’arrivo, stanco e soddisfatto del suo 3:08 che lo pone 198esimo tra gli uomini. E così tutti gli altri con Francesco, nostro eroe della giornata, che ha fermato il cronometro in 2:48 (109esimo), Gianluigi tra i primi della sua categoria e Riccardo, ritiratosi al primo cancello eppure soddisfatto dell’esperienza.

trail del bàngher, le impressioni di un dilettante - 07 - franz rossi

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/Trail%20del%20B%E0ngher.htm

Quel bangher di Mau, durante il briefing tecnico tenutosi a casa sua nel pomeriggio di sabato, l'aveva definita una discesa tecnica, seguita da un saliscendi tutto corribile su dei pratoni come li disegnano i bambini...E io ci pensavo e ripensavo, alternando questi ricordi a preoccupanti visioni di me incrodato mentre cerco di scendere dal Piz Boe'...
Ma vediamo di riavvolgere il nastro e di raccontare le cose dall'inizio.
Attraverso la lista DRS (Dead Runners Society), una società virtuale di corridori, avevo conosciuto qualche anno fa Maurizio Scilla, detto "Mau delle Vette", un fortissimo skyrunner, un appassionato corridore di trail, spesso nei primi posti in molte competizioni internazionali.Abitualmente corre in Francia, ma vive vicino a Biella e lì organizza gare.Negli anni scorsi avevo partecipato ad alcune gare da lui suggerite (Biella Monte Camino in primis) ma questa volta si trattava della prima edizione del Trail del Bangher, che prende il nome dal Bangher (letteralmente bandito) un brigante che compiva le sue gesta nel biellese.Domenica 16 luglio, dunque, si correva la prima edizione di questa gara: 24km scarsi per 2000 metri di dislivello.
Ed ecco com'è andata...
Sabato pomeriggio, raccolto l'equipaggio completo formato da tre amici (Daniela, Davide e Francesco), mentre il solleone cuoceva la gente di pianura, noi autopromossici "montagnini" puntavamo l'auto verso Adorno Micca, ridente paesello in prossimità di Biella, noto soprattutto per essere stato eletto a covo dal bandito delle vette.Pomeriggio a casa del suddetto Mau, in compagnia di Arianna (la figlia 12enne) e di un gruppo di 4 amici francesi che si erano sciroppati 8 ore di auto per sentirsi accogliere da un tripudio di "Campioni del mondo"!
Direttamente a casa dell'organizzatore (sempre il Mau) ritiriamo i pettorali, scegliamo le maglie e ci facciamo spiegare tutti i dettagli del Trail del Bangher (accento sulla a per gli italiani sulla e per i francesi, ovviamente).
"Dunque si parte e c'è un giro di lancio di 460mt - spiega Mau - poi si sale prima per una breve scalinata poi per una mulattiera corribile fino a portarsi sotto il rifugio (5km, 1200 mt dsl) dove c'è il primo ristoro."Da lì si sale ancora 200 mt per arrivare alla forcella e scendere. Ci sono circa 3,5 km di saliscendi con dei tratti in un pratone molto bello. Tenetevi sulla sinistra del nevaio, che tanto c'è neve marcia e ghiaccio in fondo, poi continuate a scendere fino al ristoro prima dell'ultima salita."Il sentiero di questa salita è un po' stretto a causa della vegetazione e si patirà un po' il caldo, ma poi arrivate alla forcella (circa 16,5km, 1900 dsl dalla partenza) e prendendo la scorciatoia lungo una corribilissima mulattiera scendete fino a delle casette."Siete al 20km spaccato, c'è una fontanella per bere e poi l'ultimo tratto di 3,4km. Ho preferito non farvi correre sull'asfalto, quindi ho dovuto mettere un'ultima salitella che vi porta al paese dove siete partiti."
Bello no?La sera a cena al Gatto Azzurro eravamo in dieci (i 5 DRS, i 4 francesi e Arianna scatenatissima che discuteva di musica con il Davide).Voi sapete come funziona quando si va al ristornate con uno straniero.Ordinare e' complicato dal fatto di dover tradurre (in francese in questo caso) i piatti disponibili. E come si dice in francese "Agnolotti di magro con fiori di zucca e gamberetti"?L'apice e' stato raggiunto al dolce: un'ora per decidere cosa scegliere e cosa consigliare... E' meglio la brunette o lo zabaione? E dopo un'ora, arrivano dalla cucina con una torta con scritto il magico numero 42.195...
Anche qui devo spiegare una cosa. E' uso tra i DRS festeggiare il compleanno del maratoneta che cade il 195esimo giorno del 42esimo anno. 42.195, appunto!Il mio compleanno del maratoneta! Cadeva sabato 15 luglio, lo avevo anche festeggiato offrendo da bere agli amici in ufficio e al Road, offrendo il gelato a casa... ma non mi aspettavo una festa.Sono rimasto come un baccalà.Mau ha immediatamente preso vantaggio dalla mia commossa distrazione e ha fatto fuori la seconda fetta di torta...
Il dopocena è stato caratterizzato da un mini concerto di un gruppo locale (Schegge Sparse) che eseguono da veri maestri le canzoni di Ligabue.Poi siamo andati a dormire presso una comunità valdese, dove per un prezzo modico (10 euro) ci hanno messo a disposizione una camerata stile colonia estiva.Il mattino succesivo, dopo essere stati svegliati da Corrado (un altro DRS milanese) che di ritorno dalla Romagna aveva deviato verso Biella e cercava di infilarsi nel nostro bagno, alle 7 in punto ci siamo ripresentati al Gatto Azzurro per colazione e partenza.
116 partenti (di cui 18 donne, numero davvero elevato, anche per una gara su strada).Tra essi i quattro francesi amici di Mau, un inglese che giungerà 3° assoluto, 5 DRS (per non parlare di Mau che organizzava) e un sacco di persone con maglie che incutevano rispetto: Kima, Sentiero 4 Luglio, Ecomaratone varie...
La gara e' stata - almeno per me - parecchio dura.Ho aggredito con grinta la prima salita che doveva essere il vero ostacolo, e avendola superata in 1:35, mi sentivo sereno e mi dirigevo verso la discesa.Lascio libere le gambe e tac, immediatamente metto il piede su una pietra che vacilla.Meglio stare attento. Rallento, riparto e tac, il piede scivola su una roccia bagnata.Occhio Franz, non strafare, tac una buca...
Nel frattempo raggiungo Davide che dolorante al ginocchio impreca contro la sfiga: per lui la Dolomites Skyrace (che dovevamo correre insieme) salta.Proseguo cercando di tenere il passo di una certa Milena e del suo accompagnatore che procede spedita. Arriviamo sul pratone, completamente invaso dall'acqua dei ruscelli che lo attraversano.Il terreno è morbido, ma insidioso. Si corricchia e si salta, fino a raggiungere un ristoro posto a metà gara.
Qui è necessario fare una citazione a questo ragazzo (credo si chiamasse Alessandro) che all'alba si era caricato in spalla the, sali, zucchero e limone ed era salito fino a quel punto per dare un po' di ristoro a noi che corravamo.Mi piace sempre ringraziare i volontari dei ristori, ma il grazie rivolto a lui era certamente piu' sentito...
E si riprende a correre. Ecco il nevaietto. Devo tenermi a sinistra seguendo le indicazioni del Mau, ma il sentiero scompare tra le roccette. Milena - che avevo lasciato al ristoro - mi supera agilmente mentre io fatico a scendere passando da una roccia all'altra.La strada spiana e si trasforma in un prato.Riparto e recupero Milena e il suo accompagnatore.Li supero facile, le gambe girano che è un piacere, il prato invita a correre sul morbido.Si passa un torrente e poi lo si segue fino a quando, dopo un dosso, la strada si fa di nuovo accidentata.Rallento e soffro. Non riesco a mettere giù bene i piedi e mi riprometto di allenarmi specificatamente sulle discese in montagna.
Milena se ne va, mi raggiunge Corrado che mi resterà incollato fino all'ultimo km quando mi precederà all'arrivo.Ammiro Davide che - nonostante sia in evidente sofferenza - riesce a distanziarci sia in discesa che in salita, grazie ad una tecnica di corsa decisamente superiore alla nostra.Sento del tifo (tifo in montagna?) e finalmente un altro ristoro.Siamo nella fase finale, ci aspetta l'ultima impegnativa salita che ci farà passare dalla Val Sesia alla Valle dove c'è l'arrivo.Guado un torrente, entrando con i piedi nell'acqua fredda: è un godimento per le dita ammaccate e coperte di vescichette.E poi si sale.Il respiro, nonostante tutto, non è affanato, ma non riesco ad andare più veloce.Comincio ad essere stanco e (dopo aver tanto bramato un po' di salita che ponesse fine alla discesa spezza gamnbe) non vedo l'ora di arrivare sulla forcella.
Eccoci. Corrado mi sta sempre alle calcagna e scambiamo qualche parola.Vediamo in lontananza Davide che zoppica.Da veri amici, compresa la sua difficoltà, ci precipitiamo dietro di lui e appena raggiuntolo e verificato il suo stato, lo superiamo e ci involiamo (parola grossa, ci lasciamo precipitare sarebbe piu corretto) verso valle.Mi sembra di correre da un'eternità e sono solo 4:15.Saltiamo sui pietroni, cerchiamo la fontanella del 20km.Ci fermiamo a bere - Corrado mi dice che non vede l'ora di arrivare e che non vuole bere più. E riparte. Sembra più fresco.Fatto il pieno d'acqua, riparto e corro abbastanza tranquillo verso l'arrivo.Raggiungo Corrado due volte, prima ad una fontanella poi ad una scalinata un po' più impegnativa. Ma due volte lui mi lascia indietro.Una scritta "DRS" arancione tracciata con lo spray biodegradabile usato per tracciare tutti i segnali della gara mi fa volgere un pensiero grato al Mau, e subito l'ultima curva, il tifo da stadio, l'arrivo (76simo tra gli uomini in 4:43:52), Mau che fotografa, Corrado che mi sorride e mi dice "Avevo scommesso che sarei arrivato prima di voi - vi devo una bevuta", Francesco che ci aspetta già cambiato dopo aver concluso al 32simo posto in 3:42 e la solita grande festa dell'arrivo...
Dopo un po', lavati e cambiati, ci troviamo con le gambe sotto al tavolo a mangiar polenta e discutere del percorso con gli amici francesi. Le montagne ci circondano e la birra rinfresca le gole e scioglie la fatica.
E' incredibile ho faticato per quasi 5 ore per coprire una distanza che abitualmente corro in meno di due ore. Alla fine della salita ero soddisfatto e pensavo alla Dolomites SkyRace della prossima domenica come ad una sfida alla mia portata. Poi la lunga interminabile discesa, che credevo amica e che invece mi ha stroncato. Una bella lezione di umiltà e tante cose nuove da imparare da chi questo ambiente lo conosce.
Arianna delle vette - tuttofare in questa fantastica due giorni - sta aiutando la cameriera del polenta-party, scherza con noi e ci regala tutta la sua allegria.Mau durante le premiazioni duetta con il sindaco come un consumato oratore.Che bella gente!Che bel week end!
Aurevoir alla Dolomites Skyrace.

fame d'erba (trail del bàngher) - 07 - daniela banfi

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/trail_bangher_daniela%20_banfi.htm

fame d'erba
E’ un libro che raccoglie fotografie e pensieri sulla vita dei pastori, pastori di pecore, vita dura e quasi sconosciuta, come quella dell’uomo incontrato sulla salita verso il rifugio Rivetti, domenica al Bangher, tradizione antica quanto le vette che ci circondano, appoggiato ad una grossa pietra, cappello calato sugli occhi, braccia conserte stava lì a guardarci, pareva una statuina del presepe.
Un tizio dietro di me gli ha gridato, mentre salivamo, parole in una lingua a me sconosciuta, un dialetto della zona, un breve dialogo, uno scambio di battute tra uomini del Biellese ed ecco riaffiorare il ricordo del racconto di Maurizio su quest’uomo che vive l’estate sulle montagne, con i suoi animali, il silenzio, poche cose e nulla per ripararsi se non la volta celeste e quando piove un telo per tetto, vita dura lontana da ogni nostro pensare, eppure esiste ancora, vagabondando per le montagne, le valli, le pianure alla ricerca d’erba, un ciclo perennemente uguale ritmato dalle stagioni e dalle loro bizze, un po’ come noi amanti della corsa rincorriamo a seconda del periodo le gare a cui partecipare, d’estate i trail, in autunno d’asfalto, in inverno il pantano dei cross in primavera ancora asfalto o pista, peregrini sempre alla ricerca di qualcosa, sempre spostando il proprio orizzonte, pastori dei nostri sogni.La montagna fatta d’asperità, di sassi e di pallini gialli da inseguire, di sudore che gocciola persino dal mento, di difficoltà nel carburare all’inizio, come se il motore si fosse in qualche modo invasato e non riuscisse a raggiungere i giri giusti, la nebbia sopra la testa nasconde il rifugio che appare improvviso come in sogno, velato.Un paio di bicchieri d’acqua e poi via di nuovo, ancora su fino al Colle della Mologna Grande. Arrivare è stato come aprire una finestra sul mondo, dopo aver salito una scala a pioli, l’ultimo gradino, il più grande e davanti uno spettacolo splendido ed i primi timori, si scende, la mia compagnia si allontana in un batter di ciglia, oltre a perdere loro, perdo la via e mi ritrovo nel bel mezzo di una pietraia, lo smarrimento mi fa sembrare tutto più grande, enorme, torno indietro e riprendo la strada, mi sento un po’ Pollicino, lui alla ricerca di briciole io di segni gialli sulle rocce, licheni artificiali.Mentre scendo gli occhi sono rivolti a dove mettere i piedi, poco spazio all’ambiente circostante, ma l’arrestarsi per qualche attimo mi permette di guardare un po’ avanti alla ricerca di qualcuno, ma sono completamente sola, sola con i miei dubbi e le mie paure, con questa sfida aperta che voglio portare a termine, con quel senso di fragilità e inadeguatezza che mi pervade, con quella vocina che ogni tanto mi sussurra:”guarda un pò in quale avventura ti sei cacciata, te le vai proprio a cercare" e l'altra quella piùintransigente :"Taci, non la spaventare" ed io intanto continuo a scendere con i bastoncini tra le mani che in qualche modo mi danno sicurezza.Poi, finalmente, lo scenario muta, le pietre lasciano spazio all'erba, le bandierine rosse mostrano la direzione, l'attenzione è sempre viva, perché spesso sassi bianchi riaffiorano dagli steli verdi, ma alla fine po’ di pace, una distesa rigogliosa si protrae fino alconfine visivo, lassù, su quello che sembra un piccolo valico un ombra, un uomo guarda verso di me, si abbassa e poi si rialza, ma è lì fermo, il prato assomiglia ad un acquitrino, i piedi affondano nell’acqua, sento il frescore invadermi le scarpe, ho voglia di non pensare e di percepire la morbidezza sotto i piedi.Arrivo in cima e l’uomo non c’è più, ma per terra trovo dei bicchieri con acqua e sali, delle fette di limone, dei tocchetti di cioccolato, prendo uno spicchio, l’aspro delsucco mi scuote, bevo un sorso d’acqua e riparto, mentre scendo lui risale lo ringrazio e poi vedo il nevaio, a sinistra, devo stare a sinistra, la neve è lì alla mia destra un fazzoletto bianco tra il grigio delle pietre.I pensieri si alternano, il timore si mescola all’ottimismo, al cambio di pendenze e di terreno, il cielo è grigio se arrivasse un temporale sarebbe un guaio devo muovermi, ma a tratti sono più rigida delle pietre.Come un miraggio davanti a me compare un ragazzo, zoppica, allungo per cercare di raggiungerlo, non mi deve sfuggire, come Robinson Crosuè ha incontrato, sull'isola deserta,Venerdi io fra i monti ho trovato Riccardo che partito con una caviglia mal messa fatica ed incespica, ora mi sento tranquilla, qualsiasi cosa siamo in due, si chiacchiera, si cercano insieme i segnali gialli, insieme arriviamo al ristoro dell’Alpe il Toso, guadiamo il torrente, mi da una mano mentre sono in bilico su una roccia. Sappiamo che ora ci aspetta la Bocchetta del Croso lassù da qualche parte tra gli alberi, non sembriamo più quei due insicuri, traballanti che scendevano poco prima, ma andiamo all'attacco dellasalita, pare di respirare anche se il fiato si fa più corto, cambia l’assetto e le gambe ringraziano.Sembra veramente di essere in una foresta tropicale, il sentiero è appena accennato, le piante lo infestano, però si sale, con grinta come fossimo appena partiti, legambe nude avvertono i rami, le foglie sfregare la pelle, aggiriamo il monte ed ecco che si scollina, da ora in poi sarà solo discesa, ultima fatica, stavolta ci porterà di nuovo al paese, il primo tratto è brutto, ma poi si trasforma in una mulattiera e riusciamo acorricchiare.Il 20°km, marcato su una pietra piatta mancano meno di 4km, siamo quasi arrivati, le prime case, le prime persone, il tratto in salita nel bosco, manca sempre meno, stiamo correndo, le bacchette in mano, sbuchiamo dal bosco una scalinata e atterriamo sull’asfalto apochi metri dall’arrivo, le grida, gli applausi degli amici e dei presenti, ancora lì a tifare chi arriva, nonostante siano passate 5h52’ dal momento in cui siamo partiti.

cro-magnon, un annullamento annunciato – 07 - silvio frattini

tratto da:
http://www.novararunning.it/racconti/Frattini_Cro-Magon-2007.htm

Venerdì mattina, partenza ore 10 da Novara. Io, Roberto e Paolo. Siamo carichi e determinati e passiamo il viaggio a controllare l'equipaggiamento, a guardare le carte, le altimetrie e tutta la documentazione stampata dal sito. La giornata non è un gran chè, ma speriamo in bene.Dopo i vari cambi (Torino e Cuneo), arriviamo a Limone Piemonte dove ci accoglie un'insistente pioggerella. Continuiamo a sperare in bene. Chiamiamo l'albergo per sapere come arrivarci: non è vicino (ad un paio di km), anche se ci eravamo raccomandati con l'agenzia, ma il proprietario, molto cordiale, ci viene a prendere in macchina. Arrivati in albergo, "svacco" totale e ci concediamo un paio d'ore di sonno. Nel dormiveglia, vedo che la pioggia è aumentata: cade molto forte ed è corredata da tuoni. In distanza le cime sono imbiancate...
Alle 17, sveglia e ci prepariamo ad andare a ritirare i pettorali. Dopo un tratto di pedonale, piuttosto fangoso e un po' di pioggia che và e viene, arriviamo al tendone dell'organizzazione in centro paese. Qui ci aspetta una coda allucinante e per la maggior parte all'aperto (mentre si sarebbe potuta sviluppare sotto il tendone, viste le pessime condizioni meteo). La lentezza dell'organizzazione è estenuante, ma il tempo passa nel guardare gli altri concorrenti e scambiare pareri ed esperienze. Vediamo il solito Olmo, sempre sorridente e pronto all'ennesima vittoria. Qua e là alcuni volti conosciuti (tra cui il medico Trabucchi).Ritiriamo alla fine il pacco gara con pettorale, chip da polso (è la prima volta che mi capita), spille, roadbook, canonica t-shirt di partecipazione, qualche genere alimentare (tra cui due ottime barrette di Parmigiano Reggiano!!!).Il pasta party comincerà alle 19.15, ma vista la lentezza (ed il freddo), dato che manca più di mezzora, cerchiamo una pizzeria e ci facciamo tre pizze al prosciutto e tre birre medie: l'indomani ci servirà questo, ed altro!Dopo la pizza, subito in albergo a preparare l'equipaggiamento per dormire presto. L'attività è frenetica: prepariamo le razioni alimentari a base di parmigiano a cubetti e frutta disidratata. Controlliamo l'abbigliamento, suddiviso in quello che metteremo l'indomani, quello che spediremo come cambio a l'Authion (a metà percorso) e quello che manderemo direttamente a Cap d'Ail. Dopo vari ripensamenti e confronti tra noi, alle 22 si dorme. Sveglia alle 3.15!Naturalmente, come da copione, la sveglia non suona, ma il nostro sonno leggero ci permette di vedere che sono le 3.18. Ci alziamo e fervono i preparativi: sta piovendo, e forte. Proteggiamo tutto il possibile con sacchetti di plastica. Alle 3.30 la colazione. Scendiamo nel salone dell'albergo e a malapena troviamo un posto dove sederci (ci sono almeno una cinquantina di persone!). Di fianco a noi un gruppo di spagnoli, poco più in là dei francesi, poi un gruppo numeroso di Modena.Torniamo in camera: pausa bagno e ultimi preparativi. Nella fretta, Roberto chiude male la sacca d'acqua del camel back e bagna il letto. Momento di panico al pensiero che la sacca potrebbe essere forata, ma poi scopriamo che era solo il coperchio messo male. Scendiamo e il proprietario ci dà un passaggio in macchina fino alla partenza, per risparmiarci un po' di pioggia. Arriviamo sul posto e la confusione regna sovrana: come fantasmi nella notte i concorrenti vagano da una tettoia all'altra, chiedendosi cosa devono fare, cercando riparo dall'acqua e scambiando due chiacchiere con gli altri. All'altoparlante Pietro, l'organizzatore, dice qualcosa, in italiano o francese, ma le sue parole si perdono nel buio. Capiamo dopo un po' che ci sono i due furgoni su cui caricare le borse per metà gara e Cap d'Ail e li cerchiamo insieme ad un gran numero di altre persone, tutte preoccupate di non farcela o di sbagliare furgone. Chiediamo più volte al personale la destinazione, per essere sicuri di scegliere quello corretto. Un passaparola ci dice poi che il chip va attivato e ci indicano un garage buio dove una sedicente ragazza dell'organizzazione (rigorosamente senza alcun segno di riconoscimento), passa sul sensore uno strano apparecchio che non fa nè suoni nè luci per segnalare l'attivazione. Spero funzioni. Perdo Roberto (Paolo l'avevo già perso, ma tanto l'avrei comunque perso al via). Mi metto sotto la pioggia assieme a tutti gli altri attendendo la partenza. Qualcuno ha acceso la frontale, ma mi sembra che diano più fastidio che altro. Dopotutto sta per albeggiare! Alle 5.18 il conto alla rovescia, in francese ci da il via. Non ci sono spari e quindi nessuno, a parte uno sparuto gruppo, capeggiato da Olmo (e in cui c'è anche Paolo), si mette a correre. Ci guardiamo intorno, sotto l'acqua battente, un po' disorientati, e partiamo, a passo spedito, ma non correndo: non ce n'è bisogno e ne avremo tutto il tempo. La prima parte, in leggera salita, è molto fangosa e le scarpe, seppur adatte al trail, non ce la fanno. Ringrazio di avere con me i bastoncini che mi sorreggono e con cui riesco a dare una spinta discreta. Andiamo avanti così per un po', in silenzio o scambiando qualche battuta (tra cui la solita: manca molto all'arrivo?). Saliamo lungo strade sterrate, e poi entriamo nel bosco. A questo punto comincia un fastidioso su e giù, reso difficile dal buio e con alcune discese in cui è più facile scivolare che correre. Ancora una volta ringrazio i bastoncini.Dopo un po' si comincia a fare sul serio e arriviamo alle seggiovie a 1500 m. Si incomincia a vedere qui e là della neve. Saliamo in maniera più decisa, lungo il sentiero, ed a poco a poco la neve, da una spolverata tipo zucchero a velo sulla torta, diventa una presenza insistente ed a 2000 m supera i dieci centimetri.Da un po' la pioggia si è trasformata in nevischio e un vento forte ci tormenta. La fila degli atleti è l'unico tocco di colore in un paesaggio dove il bianco la fà da padrone e dove cielo e terra si fondono in un'unica essenza. Mi fermo ad aspettare Roberto che è rimasto un po' indietro. Saliamo insieme ed il freddo si fa sempre più pungente. Ho sempre avuto problemi alle mani con le basse temperature ed i guanti fradici d'acqua ed il vento gelido certo non aiutano. Arriviamo al culmine della salita e cominciano alcuni pezzi in piano o leggera discesa, dove si può correre. Perdo quasi subito Roberto. La visibilità è ridotta a poche decine di metri. Ormai la neve scende copiosa, favorita da un vento teso e molto freddo. Comincio a non sentire più le dita delle mani. Non riesco a stringere i bastoncini. Tolgo le dita dai guanti e le chiudo a pugno per favorire il riscaldamento, ma in questo modo sono costretto a trascinare i bastoncini che non solo diventano inutili, ma rischiano anche di farmi inciampare. Corro più che altro per scaldarmi (i piedi sono fradici e scivolano nelle scarpe). Sorpasso un paio di concorrenti, ed altri mi sorpassano, entrando nella neve fino alle caviglie. Tanto peggio di così... Le dita mi fanno sempre più male, ma corro, sperando di uscire quanto prima da questo ambiente inospitale. Il vento è davvero forte e neve ghiacciata mi tempesta l'unica parte scoperta, la guancia. Corro tenendo una mano alzata a proteggere il viso. Ad un certo punto, preso dallo sconforto, urlo verso il cielo: "che cosa vuoi mandarci ancora?? Non ti sembra abbastanza?". In quel momento un atleta mi sorpassa, probabilmente pensando che sono impazzito. COntinuiamo a perdere quota e quindi spero di uscire presto dalla zona nevosa. Ad un certo punto davanti a me vedo un gruppetto fermo che sta parlando con un tipo con i baffi, vestito pesantemente. Faccio per superarli ma il tipo mi ferma dicendo: "la gara è annulata!". "ANNULLATA!!!?" mi viene sul subito una parolaccia: ho sofferto fino ad ora per nulla? Poi sento che una ragazza più indietro è andata in ipotermia e le guide stanno andando a prenderla. In quel punto ci sono -4 °C, ma siamo già scesi un po'. Comincio a correre, e non per fare chissà che cosa: solo per uscire dalla zona fredda. Finalmente la neve cede di nuovo il passo al fango. Mi fermo e tolgo i guanti, con la bocca, perchè le dita non rispondono. Le succhio cercando di dare loro tepore. Funziona poco, quindi mi fermo e metto le mani sotto le ascelle. Dopo qualche minuto, il sangue ricomincia a scorrere, e mi viene da urlare per il male. Poco alla volta la sensibilità torna. Nel frattempo continuo a scendere, solo. I bastoncini sono d'impaccio. Dopo un po' mi accorgo anche che i guanti che credevo di stringere nella mano sinistra, non ci sono più. Li ho persi. Stramaledico il freddo e continuo a scendere. A questo punto me la prendo comoda: telefono a Elisa e chiamo un paio di amici. Raggiungo quindi l'asfalto e dopo circa un'ora sono al tendone dove tutti gli atleti, poco alla volta, stanno tornando. Tutti sono fradici ed infreddoliti, ma, a parte qualcuno, nessuno ha da cambairsi perchè le borse sono andate a Cap d'Ail o a l'Authion. L'organizzazione dirama comunicati bilingue incomprensibili e si prodiga con thè caldo e frutta secca. Molti usano le coperte in alluminio per scaldarsi. Scopriamo che il furgone di Cap d'Ail è già a destinazione e non tornerà prima di un'ora, mentre il secondo non si riesce a raggiungere telefonicamente. Aspettiamo. Battiamo i denti, beviamo thè ed aspettiamo. Quando il furgone arriva c'è un assalto per recuperare la propria borsa e i vestiti asciutti. Finalmente stiamo meglio! Nel frattempo è uscito anche il sole e quindi togliamo il disturbo dal tendone ed usciamo a riscaldarci. Il secondo furgone arriverà dopo un'altra ora. Lo aspettiamo con ansia per poter correre in stazione a prendere il treno per casa. E poi, finalmente, recuperiamo le borse; una corsa in stazione e prendiamo il convoglio delle 12.18. Si va a casa, un po' amareggiati, un po' delusi, un po' tristi.QUalche considerazione, senza cadere in polemiche: l'organizzazione non si è certo dimostrata all'altezza di una gara internazionale come questa, anzi ha dato l'impressione quasi di un fai da te, non molto consolidato. Mi rendo conto che dire al mattino alle 4 a 500 atleti che la gara era annullata non era un compito facile, ma farci partire con il miraggio di un'improbabile miglioramento delle condizioni meteo non è stata una scelta azzeccata. Aggiungiamo poi che non c'è stato alcun controllo dell'attrezzatura obbligatoria ed alcuni sono partiti addirittura in poncho, pantaloncini e senza guanti! Per finire, sicuramente la gestione dell'emergenza non è stata ottimale: la ragazza in ipotermia è stata soccorsa dai compagni di gara e non era prevista alcuna via di fuga per questa eventualità. Se tutto fosse succeso più avanti, dove non c'erano strade vicine, come si sarebbe risolto?Un'esperienza da ripetere? Sì, sperando che anche l'organizzazione prenda spunto da questo mezzo fallimento per migliorare. Ci faranno uno sconto al prossimo anno?Speriamo di sì, anche perchè l'amaro che ci è rimasto in bocca ci costringe a riprovarci!